La recherche – un post lunghissimo di dubbio interesse

A seguito di tutta una serie di improbabili eventi, a partire da Aprile mi sono trovata ad essere la fortunata possidente di un contratto di lavoro a tempo assolutamente determinato nella ridente Francia.
Ingarellatissima all’idea del nuovo lavoro, decido di portarmi avanti e di trovar casa prima di iniziare a lavorare.
A posteriori sento di poter affermare che non è stata una scelta particolarmente furba.
Comunque.
Forte della mia incoscienza, incurante del fatto di non parlare una parola di francese, parto alla volta del Nord.


PREQUEL

Prima di partire avevo provato a contattare almeno una trentina di persone attraverso annunci online. Il totale delle risposte ricevute è stato: zero.
La futura Collega Connazionale (CC) aveva, dunque, intercesso per me, collezionando un totale di ben una risposta. Con l’agente immobiliare che risponde fissiamo un appuntamento per il giorno in cui arrivo, appena arrivo.

GIORNO ZERO, DOMENICA
L’aereo parte presto, troppo presto: la mia solita combo treno+autobus non può funzionare, non arriverei mai in tempo. Poco male, penso, andrò a dormire in un albergo, ce n’è uno che costa poco proprio di fronte all’aeroporto (l’aeroporto è chiuso la notte, altrimenti avrei tranquillamente fatto la barbona).
Quando arrivo sono le otto di sera, fuori fa buio e freddo e la zona è davvero desolante. La camera è caldissima e l’arredamento è stato moderno l’ultima volta nell’anno del signore 1982. L’abat-jour è rossa. Il wifi non funziona.
Chiamo mia madre, cercando di simulare sicurezza – piccola nota a margine, esistono alcune persone, a cui voglio molto bene e che mi vogliono molto bene, alle quali devo rispondere “Benissimo!” alla domanda “Come va?”. Questo perché se no si riempiono di ansia (“Ma come fai? Ma sei sicura? Ma è sicuro? Ma c’è qualcuno a cui chiedere aiuto? Ma è illuminato?”), quindi mi riempiono di ansia, e lo sforzo di rassicurarli, in momenti in cui pure io sono preoccupata, è abnorme. Quindi MENTO. Come va? Benissimo. E’ sicuro? Una favola. Le persone aderenti a questa categoria pensano che io sia un’incosciente e io per quieto vivere glielo lascio credere. Non vi dico la volta che dovevo andare in Russia. Magari ve la racconto dopo.
Tornando alla serata del giorno zero, finisco la telefonata, finisco di leggere “Doppio Sogno”, crollo sul materasso a molle nella luce rossa dell’abat-jour e dormo il sonno dei giusti fino al mattino successivo.

GIORNO UNO, LUNEDI’
Mi sveglio, mi preparo, mi trucco e vesto in modo da sembrare una persona per bene agli occhi di un agente immobiliare (sforzo assolutamente superfluo) e parto.
Arrivata al Nord, mi dirigo verso l’appuntamento con l’agente. Si presenta, in ritardo, un tizio loschissimo in BMW, che non parla una parola di inglese e non capisce quel che dico. Partiamo bene. Proseguiamo meglio quando mi fa vedere una topaia fotonica. Quella che nell’annuncio sembrava una decorosa piccola casetta, nella realtà ha la stessa abitabilità di una tenda Decathlon.
Però al quarto piano.
Senza ascensore.
Con scale a chiocciola.
E mi chiede pure cosa ne penso.
Per fortuna non capirebbe la mia risposta.
Ci salutiamo con la promessa (non mantenuta) di sentirci il giorno dopo per vedere un altro posto.
A questo punto penso di dirigermi verso un’agenzia che dovrebbe essere piuttosto grande, dove spero di trovare di meglio e in cui magari riescano a capirmi. Non conoscendo la città faccio un giro assolutamente improbabile per cercare di arrivarci e, mentre cammino depressa con il mio zainetto sulle spalle, incappo in un’altra agenzia. Poiché è il primo giorno e ho iniziato ad avere il sospetto che la mia impresa sarà meno semplice di quanto credevo, entro.
“Parlez-vous anglais?”
“Uhm, un petit peu.”
Facciamocelo andare bene (N.d.P.: no, non è vero che parla “un po’” di inglese. Comunichiamo a gesti).
La ragazza in agenzia è comunque molto gentile, mi fa vedere le loro migliori offerte (almeno, così dice) e chiama le inquiline di due piccoli monolocali per mostrarmeli quella sera stessa. Io esco, l’umore pompato per aver già concluso qualcosa il primo giorno. In attesa di vedere le due case vago, entro a caso in un’altra agenzia (ancora una volta non quella “piuttosto grande”, che comunque non troverò) per vedere altre offerte e sostanzialmente zompetto in giro.
Questo andamento ciclico “stress-depressione-euforia-brusca ricaduta” si ripeterà per tutto questo simpatico periodo al Nord.
La sera vedo le case e al secondo colpo trovo La Minicasa, proprio quella che io la volevo. A quel punto sono piena di buone speranze perché è solo il primo giorno e io ho già trovato la casa. Inoltre, la ragazza che lascia l’appartamento mi venderebbe il frigo ad un prezzo abbordabile, ottima cosa visto che quello fornito dal proprietario è una porcheria. Alè.

GIORNO DUE, MARTEDI’
Il mattino successivo comunico all’agenzia che il monolocale che ho visto la sera prima mi interessa. A quel punto iniziano le grane.
L’agenta immobiliare mi dice che ho bisogno di un conto corrente francese (“Come pensi di vivere in Francia senza un conto?”), di un garante, delle ricevute delle bollette pagate (in Francia) e di compilare il loro formulario.
Un garante? Dove dovrei trovarlo un garante?
Mi deprimo, mi faccio un tè e concludo che sia il momento di giocare la carta “Vai a parlare con l’amministrazione a lavoro, loro sapranno come gestire la situazione”.
La persona che mi accoglie è estremamente gentile, chiama l’agenzia al posto mio, contratta e riesce ad estorcere la possibilità di evitare il garante in cambio di un contratto firmato e del conto francese. Vai, il contratto lo prepara lei, il conto lo vado a fare io, con queste meravigliose e potenti armi potrò proporre la mia candidatura (CANDIDATURA!) al proprietario dell’appartamento.
Sono nuovamente nella fase euforica.
Il contratto è pronto in poche ore. Brandendolo innanzi a me con smisurato orgoglio, mi precipito in banca, la prima che trovo.
“Parlez-vous anglais?”
“Un small.”
Sarà dura. Infatti, non capisce una banana. Per mia fortuna interviene un’altra impiegata, che mi dice che deve prendere un appuntamento, va bene per lunedì? No, guardi, io tra due giorni me ne vado. Allora proviamo per domani alle 15. Bene.
Esco, mi rilasso, penso che ok, avrei preferito far tutto oggi ma pazienza, domani avrò il mio conto.
La ragazza dell’appartamento mi chiede se voglio ancora il frigo.

GIORNO TRE, MERCOLEDI’
Oggi faccio un po’ la turista. Non devo fare molto altro che aprire un conto, dopotutto.
Poiché mi sta morendo il cellulare, ne compro un altro. A caso. Un mio amico, che pondera sei mesi prima di comprare qualsiasi cosa, in particolare l’elettronica, mi odia per questa mia capacità di comprare assolutamente a cazzo ogni cosa di cui credo di avere bisogno (compresa la moto, meno di 24 ore per decidere e fare il passaggio di proprietà). Fatto sta che compro un cellulare di marca francese, che costa pochissimo, lo compro perché è turchese e solo arrivata a casa scopro con gioia che è un dual sim. Compro a cazzo, ma mi va quasi sempre bene.
Alle tre mi presento in banca.
Il tizio con cui ho l’appuntamento non c’è, è malato, posso magari tornare nei prossimi giorni? No, mi spiace, ho bisogno del conto urgentemente. Allora si accomodi, vediamo cosa possiamo fare.
Mi accoglie un ragazzo piccolo e scurissimo con delle ciglia invidiabili, il quale mi dice che il contratto, la lettera d’incarico e i miei documenti non bastano: devo essere domiciliata in Francia. Io lo guardo e faccio il possibile per non tirargli una testata. Non so come, ci riesco. Lui mi dice che se sto a casa di qualcuno, questo qualcuno può firmare un foglio in cui giura sul suo onore (sul serio) e sulla bolletta del gas/elettricità/telefono (sul serio) che io sono domiciliata lì. Mi fissa un appuntamento per le dieci del giorno dopo. Io penso che questo documento sia impegnativo come fare da garante e mi dispero.
Giro altre tre banche per cercare di ottenere una risposta diversa (“Ho un contratto! Ogni mese vi verserò dei soldi!”) ma non funziona. Nell’ultima l’impiegata non parla neanche “un petit peu” di inglese, ma mi viene in soccorso un ragazzo in fila dietro di me. Mi spiega di nuovo questa storia del documento sull’onore. Mi viene da piangere, ma mi fissano un appuntamento per le 9:15 di mattina. L’impiegata mi dice che devo “ringraziare molto” il mio interprete, io penso cose irripetibili sulla capraggine di un impiegata che non sa parlare un minimo di inglese e provo l’irresistibile impulso di morderla in testa, ma mi trattengo dal piangere, dal risponderle, dal morsicarla, alzo i tacchi e me ne vado.
Senza scomporsi, quando glielo chiedo certa di una risposta negativa, la CC compila tranquilla il foglio che giura sull’onore che io sto da lei.
Domani posso aprire il conto. Mi rilasso. Faccio il piano di attacco per il giorno dopo, l’ultima giornata che devo passare al Nord – partirò la notte tra giovedì e venerdì.
La ragazza dell’appartamento mi chiede se voglio ancora il frigo.

GIORNO QUATTRO, GIOVEDI’
Mi alzo presto dopo aver dormito male e volo in banca. Ho dietro una chiavetta con i documenti richiesti, spero che li stampino loro, ché non ho trovato una copisteria. Ho un appuntamento con una giunonica impiegata che parla un “petit peu” di inglese, ma questa volta davvero.
Riusciamo a capirci, i miei documenti le vanno bene, tempo tre quarti d’ora e ho aperto il conto, ma la carta me la daranno poi.
Forte del mio contratto, della lettera d’incarico, della carta d’identità e i numeri del nuovo conto francese, mi precipito in agenzia e finalmente gli mollo tutte le carte. Mi dicono che mi faranno sapere. Un po’ in ritardo, un po’ al volo, ma sono riuscita a fare quasi tutto.
La ragazza dell’appartamento mi chiede se voglio ancora il frigo. Le rispondo che se mi danno la casa le faccio un versamento dall’Italia.
Per completare la mia francesizzazione, cerco di farmi una SIM con l’abbonamento, ma indovina di cosa ho bisogno per farlo? Della mia carta bancomat/di credito associata al mio conto francese! Li mando mentalmente a cagare e vado a farmi una SIM ricaricabile. Trovo per miracolo uno che parla inglese, gliel’ho pure chiesto in lingua:
“Do you maybe speak English?”
“Yes”.
Esclamo “GREAT!” nel bel mezzo del negozio, mi guardano strano ma non mi interessa un accidente. Mi dà ‘sta maledetta SIM, per la quale avrei bisogno dell’indirizzo, ma lui segna quello del negozio e io lo vorrei baciare.
Esco, di ottimo umore: per la casa ho fatto il possibile, ho un cellulare TURCHESE, ho un numero francese e stanotte riparto. Ormai dovrei sapere come funziona il Ciclo Della Delusione, ma me ne dimentico.
Passo una serata lunga e un po’ pesante e quando riesco a toccare il letto sono devastata. Metto la sveglia alle 2:40 per prendere l’autobus per l’aeroporto alle 3:20.
Non la sento.
Provo a cercare di prendere un taxi che mi porti all’aeroporto che sta a 130 km di distanza. Mi dice che mi fa 200 euro in nero, io sono così fuori di me che accetto e provo a ritirare. Il bancomat mi impedisce di farlo.
Perderò l’aereo.
Torno a casa di chi mi ospita, piango un po’ e mi riaddormento.

IL GIORNO IN PIU’, VENERDI’
Mi alzo dopo aver di nuovo dormito poco e male. Fortunatamente sono una persona fatalista, quindi lo scazzo mi passa in fretta. Approfitterò della giornata per rilassarmi un po’ e fare quel che non sono riuscita a fare nei giorni precedenti.
Mentre controllo la mail, vedo che l’agenzia mi ha risposto: ho la casa. Saltello e mi dico che in fondo è andata bene perdere l’aereo. Mi metto subito d’accordo con la ragazza dell’appartamento per andare a comprare il frigo dopo pranzo.
Vago, compro il frigo, faccio un po’ la turista. Scopro che il credito che ho acquistato per la SIM mi permette di chiamare e scrivere solo in Francia, così per comunicare con l’Italia devo comprare altro credito, specificamente per l’estero. Dafaq.
Alle 5:30 torno a casa e dormo fino alle 11. Quindi mi alzo, e al secondo tentativo riesco a prendere l’aereo.
E’ quasi finita. Il karma mi premia, a causa del cattivo tempo l’aeroporto in cui dovrei atterrare è inagibile e mi dirottano a sorpresa su un aeroporto molto più vicino alla mia destinazione. Esulto silenziosamente in un coro di proteste.
La prima parte della mia odissea è finita. Alleluja, alleluja.
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4 thoughts on “La recherche – un post lunghissimo di dubbio interesse

    1. ^________^
      Grassie!
      Comunque non è ancora finita, adesso devo capire dove si trovi il contatore e aprire un contratto con l’agenzia che fornisce l’energia, cosa che l’agenzia ha gentilmente scordato di dirmi di fare…
      Vedremo™

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