Lost in translation – di prati pelosi, buoni accenti e code

Il mio francese è ancora pessimo.
Sospetto che lo rimarrà finché non riuscirà ad accedere ad un corso. Nel frattempo provo a leggere qualche libro (non ho detto che li finisco, provo ad iniziarli) e cerco di estrapolare informazioni sulla grammatica francese da Collega Autoctono Loquace (c’è anche Collega Autoctono Muto, il quale non contribuisce granché alla mia istruzione), specialmente alla seconda birra. Piccola. Che qua la birra più leggera fa 8°. L’ultima volta che abbiamo preso un aperitivo ho optato per una Triple Karmeliet piccola (25cl) e acconsentito ad un secondo giro (“La petite soeur?”), proseguendo con la stessa Karmeliet piccola e dopo questa ho ringraziato che sotto casa mia ci sia un kebabbaro perché a preparare la cena da me ero praticamente certa mi sarei affettata più dita e probabilmente anche altre parti del corpo a caso.
Comunque.

La parte divertentissima del mio non parlare francese è che io dichiaro questa cosa a chiunque abbia a che fare con me: commessi, impiegati, quelli che ti fermano per strada a chiederti una firma, signore che al supermercato mi chiedono di sollevare le cassette della verdura per tastare i pompelmi della cassetta inferiore (concludendo “Naaaaa, sono mollicci lo stesso”)… ma loro non mi credono.
Per un’infinita botta di fortuna, pare che io abbia un accento più che convincente, quindi la gente pensa che io stia facendo la vergognosa (si dice anche nel resto d’Italia?).
“Bonjour, je suis desolée, mais je ne parle pas français.”
“Bonjour, mais ce n’est pas vrai. Votre français est bien !”
“Eeeehhng, non…”
Seguono domande loro e infiniti minuti di silenzio e grugniti miei, in cui cerco di recuperare qualche vocabolo, mi incastro con i tempi verbali, boffonchio cose in italiano e in inglese, gesticolo sperando che almeno i gesti siano internazionali (no, non lo sono) e infine li guardo frustrata aprendo le mani in gesto di resa (questo sì).
Per limitare questi momenti di imbarazzo, ho deciso di abbandonare quel che stavo leggendo e di affrontare qualcosa che trascinasse un po’ più nella storia (Nothomb non funziona, io speravo di sì, e invece no), qualcosa di pure un po’ trucido, ma TANTO E’ ESTATE E VALE TUTTO.
E quindi, Gary scansati, ciao Pennac, Hugo ci rivediamo tra un paio d’anni e benvenuto Stephen King.
Lo so, lo so.
Però bisogna dargli atto che è uno che scrive della roba che vuoi andare a vedere come finisce.
Sta funzionando.
Ho imparato:
– che non si dice “Est-ce que je peux prouver cette rouge à lèvre?”, “prouver” significa dimostrare, provare si dice “essayer”; ecco perché le commesse mi guardavano strano
– il prato è “pelouse”; non me lo sto inventando
– noi abbiamo i “gattini” di polvere, loro hanno i “montoni”; non facciamo pessime battute, le ho pensate anche io ma evitiamo, orsù
– anche loro “crepano di caldo” e “si gelano le chiappe”
– e soprattutto che “coda” non significa solo coda. Nope.

Quest’ultima cosa ha un pochino sconvolto i miei colleghi a pranzo:
Collega Autoctono Loquace: “Allora, Pigropanda, hai fatto progressi?”
Pigropanda: “Sì: dite che avete i montoni di polvere, i topi calvi [N.d.P: i pipistrelli…], “cacher” significa nascondersi e la coda non è solo quella degli animali”
CAL, un po’ sconvolto: “Come, la coda..? Umph, queue?!?! Ma dove hai imparato queste cose?!?”
P, molto orgoglioso di sé: “NEI LIBRI!”

Il francese è una lingua meravigliosa.

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