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Differenze culturali: i vitelloni d’oltralpe

In Italia, tendenzialmente, ti urlano dietro. Oppure ti salutano insistentemente.
Ho un campionario di situazioni in cui mi hanno detto cose, andiamo dalla volta tragicomica in cui un vecchietto col treppiede salutò il mio passaggio con un “Bella gnocca!”, a quella un tantinello più angosciante in cui, dopo avermi salutato (“Ciao, bella!”), un tizio si mise a seguirmi, all’una di notte, in centro, mentre tornavo a casa.
Queste sono situazioni considerate sostanzialmente “innocue”, specialmente quando le racconti agli amici che sdrammatizzano con un “Lo fanno perché sei carina” e sorridono accomodanti (e tu ti incazzi).
Da quando sono in Francia posso dire di aver apprezzato una decisa differenza culturale nell’approccio. Qua attaccano bottone e PARLANO. Anche se tu non sai rispondere; loro parlano.

In quattro mesi ho avuto mio malgrado a che fare con i seguenti personaggi (in ordine cronologico):
– quello che fa volantinaggio per le compagnie telefoniche internazionali
– quelli che ti incrociano in metro
– quello che ti incrocia all’attesa del treno
– quello che ti incrocia alla cassa del supermercato
– quello che ti chiama e tu non sai perché ha il tuo numero
– quello che esce da bordo vasca
– quell’altro che ti incrocia in metro

Analizziamo nel dettaglio questi incontri.

Quello che fa volantinaggio
Mentre aspetto Collega Nordafricano, poco fuori la metropolitana, per andare al mercato insieme, mi si avvicina un tizio con un mano un pacco di volantini che pubblicizzano una compagnia telefonica conveniente per le chiamate all’estero. Lo vedo arrivare, fingo di essere inpegnatissima a guardare il cellulare, fisso lo sguardo da un’altra parte ma non serve a nulla.
Attacca a parlare, lo blocco subito dicendo che non parlo francese, lui insiste, io ho un cretinissimo background culturale per cui devo essere cortese a priori con le persone e quindi continuo ad ascoltarlo dicendo no, no, no, no, e alla fine ‘sto qua se ne va. Fa mezzo giro, ritorna, e mi chiede il numero di telefono. Io lo guardo e sbotto in un “Pourquoi?”. Lui dice qualcosa, io dico ancora NO e finalmente mi lascia in pace.
Tempo perso che non mi verrà mai restituito: 10 minuti.
Livello di ansia: 2/10.

Quelli che ti incrociano in metro
Sto tornando a casa da lavoro, ho in mano un libro e ho appena salutato Collega Autoctono Loquace. Quello davanti a me mi sorride. Io mi produco probabilmente in un rictus e lo ignoro, fissando il mio libro. Lui continua a guardarmi. L’amico suo, seduto a fianco a me, attacca a parlarmi per spirito di fratellanza, ma che ne so.
Recito il solito: “Non parlo francese”
Ovviamente, non serve. Continuano ad insistere, in francese. Io sono molto a disagio anche perché sono seduti vicino a me e invadono pesantemente la mia sfera d’interazione personale (che ha il raggio del misantropo, sui 4,5m).
Non so cosa mi dicono, un po’ non presto attenzione, un po’ sono preoccupata perché sto andando per la prima volta in un quartiere che non conosco e che non so come sia, quindi inizio a pensare cose fastidiose del tipo “E se mi seguono?”.
Alla fine scendo, scendono anche loro, io mi lancio verso l’altra metro e fortunatamente loro no.
Pagine non lette: 6.
Livello di ansia: 6/10.

Quello che ti incrocia all’attesa del treno
Sto andando a incrociare amici italiani in vacanza qua vicino. Alla banchina un tizio mi chiede l’ora e continua a parlare. Io rispondo a monosillabi, sempre per la storia della cortesia di background, e sto qua continua. Mi chiede se una volta o l’altra possiamo andare a bere qualcosa insieme. Io dico grazie ma no. Al che parte il pippone sul dover essere più aperta alle nuove culture, che lui studia integrazione culturale, che se non ci si integra tra culture poi si diventa razzisti. Io mi sento in colpa perché respiro, volete che un discorso del genere non mi tanga? Illusi.
Risultato: me lo sono sciroppato tutto il viaggio.
Mi ha chiesto il numero di telefono.
Non l’ha avuto.
Tempo che avrei comunque preferito passare a leggere invece che a farmi insegnare che sono razzista (no, solo sociopatica, odio tutti quanti): 40 minuti.
Livello di ansia: 4/10.

Quello che ti incrocia alla cassa del supermercato
Ho finito di fare la spesa e sto per pagare. Non ricordo più il motivo, ma il tizio dietro di me attacca a parlarmi in franglish.
Da dove vieni. E che cosa fai. E come ti trovi. E hai bisogno di aiuto per portare le borse.
Credo che il mio sguardo a quel punto sia stato eloquente, perché ha smesso di insistere.
Tempo che avrei potuto impegare a calcolare circa il costo della spesa: 3 minuti e mezzo.
Il più surreale ma anche il meno fastidioso.
Livello di ansia: 1/10.

Quello che ti chiama e tu non sai perché ha il tuo numero
Ecco, qui parliamo di un gradino un po’ più alto del semplice importunatore da strada: lo stalker.
Una domenica sera mi arriva una chiamata da uno, che mi chiama per nome e parla in inglese con forte accento francese. Siccome io non lascio il numero a chiunque, penso che magari ho dimenticato la persona in questione e che sono polla io, per cui gli rispondo anche quando mi chiede come può trovarmi su FB. Penso: mal che vada mi chiede l’amicizia e riesco ad individuare chi è. Alla quarta telefonata nella stessa sera persino un’ingenuotta come me realizza che forse no, forse questo non lo conosco e mi sta importunando. Smetto di rispondere alle chiamate o le rifiuto. Mi chiama almeno cinque volte al giorno tra la domenica e il giovedì. Io un po’ mi inquieto: c’è uno lì fuori che ha il mio numero e sa chi sono e io non ho idea di chi sia lui. E se sa dove vivo? E se è uno scardinato?
Il giovedì mi arriva un messaggio:
“Hallo, ça va ?”
Poiché non so se ho a che fare con un pazzo furioso che potrebbe aspettarmi sotto casa, decido di evitare di tradurre in francese “Devi morire male” e opto per un messaggio pacato ma fermo e deciso.
“Ciao, temo di non conoscerti, puoi dirmi chi sei?”
“Sono Coso, ci siamo conosciuti a Parigi”
Non so se è pazzo furioso, ma sicuramente è scemo ad inventare delle balle così facilmente sgamabili.
“Coso, non vado a Parigi da dieci anni. Credo tu abbia conosciuto qualcun’altra, il che comunque non spiega perché tu abbia il mio numero”
“Me l’ha dato un amico, posso conoscerti lo stesso?”
A questo punto il mio livello di incazzatura sfiora valori epici.
“Coso, chi ti ha dato il mio numero?” (che lo spello e poi lo cospargo di sale?)
“Posso chiamarti?”
“Preferirei di no, ma vorrei sapere chi ti ha dato il mio numero”
“Te lo dico se posso chiamarti dopo ;)”
Ci sono una serie di cose – una lunga serie di cose – che non tollero. Essere presa per cretina è una di queste. Essere intimidita è un’altra. I giochetti da scuola media, poi, non parliamone neanche. Nella top ten, in ogni caso, sta l’invadere i miei spazi e tempi. E il caro Coso è riuscito ad infilare una minchiata dopo l’altra e io a questo punto lo odio, sentimento che non è così facile provocarmi. Però ho sempre l’ansia di trovarmelo sotto casa.
“Caro Coso, io sono certissima che le tue intenzioni siano buone, però non si fa così. Telefonare per giorni a qualcuno, di cui hai ottenuto il numero da terzi senza chiedere al diretto interessato, è qualcosa al limite dello stalking. E’ sbagliato. Sono stanca e mi sento importunata. Non ho voglia di parlarti, mi spiace. La prossima volta che vuoi conoscere qualcuno, fallo in modo corretto. Buona serata.”
Ha funzionato, non ha più chiamato.
Per ora.
Chi sia l’amico che ha foraggiato il numero, non l’ho ancora capito. Però sto facendo scorta di sale.
Tempo speso in paranoie, tempo che avrei potuto impiegare in attività più edificanti, tipo qualsiasi altra cosa, compreso colpire ripetutamente il mignolo del piede contro il comodino: 5 giorni.
Livello di ansia: 9/10.

Quello che esce da bordo vasca
Devo dire che, dopo l’angosciante esperienza di Coso, ricordo il tizio del bordo vasca quasi con affetto.
Una delle volte che sono andata a nuotare non ho valutato bene quanta sete avessi e a metà allenamento sono dovuta uscire dalla vasca per andare a bere. Quando arrivo alla scaletta per rientrare (non ho voglia di tuffarmi), la trovo occupata da uno che sta uscendo dalla vasca. Dice qualcosa che neanche afferro – voglio tornare il acqua – e recito il solito “Jeneparlepasfrançais”. Al che lui dichiara di parlare inglese, che problema c’è?
Uomo a Bordo Vasca: “Di dove sei?”
Pigropanda: “Italiana” (E levati di lì, che voglio rientrare in acqua)
UaBV: “Oh, bella l’Italia”
P: “Mh-mh”
UaBV: “Io parlo un po’ di italiano. Che cosa fai qui?”
P: “Lavoro”
UaBV: “Cosa fai?”
P: “Cose piccole e complicate” (Levatiiiiii)
UaBV: “Io lavoro al museo.”
P: “Ah, ok. Fico, bravo.”
UaBV: “Io, noi, i miei amici, andiamo a bere una cosa dopo piscina…”
P: “Ma che bravi, io però mi devo allenare. Ciao, eh, piacere.”
Vasche che avrei potuto fare: 4.
Livello di ansia: 1/10.

Quell’altro che ti incrocia in metro
E’ mattina, sto andando a lavoro. Ho un libro.
Potrei indagare, in effetti, su questo mio tentativo di proteggermi dal mondo brandendo fogli di carta o e-book reader.
Il tizio di fronte a me inizia una conversazione a partire dal mio anello al naso. Io nicchio, reinfilo in suddetto naso nel libro e cerco di apparire cortese ma anche una che vorrebbe essere lasciata in pace.
No, un piercing al naso non fa male.
Nonostante la mia visibile (e udibile) incapacità di reggere un’intera conversazione in francese, il tizio insiste a parlarmi, facendomi domande che ripete fino a cinque volte sperando che io capisca. Non funziona.
Spero che scenderà alla fermata successiva, così rispondo qualche monosillabo qua e là sempre per la solita questione della cortesia. Ad ogni fermata spero che scenda alla fermata successiva. Ovviamente, scende con me al capolinea.
Per nulla intimidito dal fatto che noi non si riesca a comunicare per un’evidente mancanza di linguaggio comune, lo splendido tira fuori il cellulare e mi chiede il numero. Ecco, anche oggi abbiamo tra noi un fulgido esempio di segatura nel cervello. Io tiro fuori uno striminzito “Preferirei di no, ci vediamo in giro” e alzo i tacchi velocemente verso l’ufficio. Lui rimane lì con la faccia molto offesa.
Pagine che avrei voluto leggere: 6.
Livello di fastidio: 9/10.

Ora bisogna mettere le mani avanti, ché altrimenti ti accusano di essere stronza: io non ho nulla contro conoscere persone nuove e chiacchierare del più e del meno. In istituto mi capita più o meno un giorno sì e un no, di trovare qualcuno di nuovo e anche farci discorsi più o meno seri. E neanche ho nulla in contrario allo small talk da sala d’aspetto: finché non mi richiedono più di trenta secondi di cortesia la cosa non mi turba – di più no perché sono misantropa e – come si sarà capito – ho sempre un libro da leggere, e tendenzialmente amo leggere libri molto di più che interagire con umani a caso dicendo frasi scontate (“Ah signora mia che caldo!”).
Questi esseri, però, mi approcciano mentre sto facendomi i fatti miei, spesso ascoltando musica con le cuffie o leggendo. Non c’è nulla in me che comunichi il fatto che sono interessata o disponibile a comunicare con altre persone.
Per dire il grado di fastidio, è circa pari a quello di avere una persona logorroica che ti sta troppo vicina e ti batte col dito sulla spalla mentre stai, chessò, versandoti un bicchiere d’acqua, per un tempo variabile tra i trenta secondi e l’ora e mezza.
Gli amici commentano cose tipo “Ma dai, lo fanno perché gli piaci” o il sempreverde “Potrebbe andarti peggio, potrebbero non farlo”.
Il punto è che questi approcci non sono attestati di stima. Lo so benissimo perché questa gente mi approccia, e sicuramente non è per la mia vasta cultura. Posso anche essere carina, ma non è un mio merito e non vedo perché dovrei essere punita per questo da buzzurri che ritengono lecito sprecare il mio tempo.
A quelli che mi rispondono “Potrebbe andare peggio, potrebbero non farlo” mi piacerebbe chiedere quante volte, mentre stavano facendo qualcosa – leggendo un libro, guardando una partita, fissando il vuoto godendosi il creato – soli e in pace con l’universo, un estraneo/a è arrivato a pretendere la loro attenzione, insistendo, mettendoli a disagio e trattandoli da figa di legno se ignorati. E se gli è capitato, quante volte.
A me capita un paio di volte al mese. Per dire, neanche le mestruazioni danno così fastidio.
Possono vantare tale frequenza?

In ogni caso questa storia del numero di telefono pare sia una roba comune. Così comune che c’è una radio che mette a disposizione un numero collegato ad una segreteria telefonica da dare a questa gente che te lo chiede, così da registrare i migliori messaggi e sbeffeggiarli on air.
Non so se questa cosa mi piace, ma credo che potrei pensare di memorizzare il numero in questione per la volta che non ne potrò più.

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