It finally happened: il film giapponese con sottotitoli in francese

Questa sera mi sono vestita con un vestito nuovo che non avevo ancora indossato.

Ho messo il mio rossetto scuro preferito.

Ho messo l’eyeliner in un modo disdicevole, ho messo persino un fondotinta vero.

Ho, addirittura!, dato un senso a questa specie di criniera che mi cresce in testa, nonostante l’incapacità francese di farmi un taglio di capelli decente, o anche sono un taglio di capelli propriamente detto (l’argomento “taglio di capelli inutile, costoso e poco professionale” è stato sviscerato con chiunque mi venisse a tiro nell’ultima settimana esordendo con “Ho tagliato i capelli, hai visto? No? Be’, neanche io“, magari qua evito, va’).

Quindi, sono uscita e sono andata al cinema, zompettando sulle mie scarpette blu con i pesciolini (no, davvero).

La sala era piena.

PHAIL.

E quindi niente, sono tornata mesta a casa e ora sto qua che ho tempo per scrivere, quindi scrivo. Con i capelli tirati su, il fondotinta e il rossetto scuro.
Come mi sento chic.
Peccato il rumore di lavatrice in sottofondo a trasformarmi da nobile scribacchina del venerdì sera in casalinga disperata.

Il film che avrei dovuto voluto vedere stasera era Gone girl, che credo uscirà in Italia prossimamente, con il titolo di  – ohpporcomondo, scopro ora – “L’amore bugiardo”.

L’amore bugiardo.

No scusate, sono sconvolta. Volevo scrivere dell’altro film che ho visto la settimana scorsa, giuro che adesso lo faccio, ma L’AMORE BUGIARDO. Come minimo è il titolo di una canzone di Celentano.

[Intervallo: plin plin plin plin plin pecore plin plin plin]

E invece peggissimo: esiste un pezzo di liscio intitolato “Bugiardo amore”. No, non lo linko, è troppo anche per me. Facciamo che (<- regionalismo) non è successo niente e io ora vi parlo del film della scorsa settimana:

DP francais 2_DP NAOMI

non fidatevi della locandina, è bellissima

Io sono nota per andare a vedere film koreani con sottotitoli in slovacco. Non sono fanatica del Giappone, ma sono assolutamente affascinata dalle culture asiatiche. Mi faccio il tofu in casa, per dire. Mangio il tofu, per dire.
E dunque ad un film ambientato su un’isoletta nipponica non potevo dire di no. Ci sono persino dei ragazzini nell’acqua, va la’, sarà la versione con attori veri di un film di Miyazaki. E poi, finalmente, vedrò il film giapponese con sottotitoli in francese, gioizza!

Quanta ingenuità.

Io mi sciroppo qualsiasi cosa abbia un’aura indipendente, se è asiatico poi figurati, mi piace tutto (mangio il tofu, ricordate?). Ma non ce l’ho fatta. Dopo la prima scena, che ho affrontato coprendomi gli occhi, ho controllato quanto durasse il film: “1h59”, e ho iniziato a soffrire.

Vi dico solo che si apre con una capra sgozzata senza un motivo apparente (la fragilità della vita, il ciclo degli esseri viventi, la mortalità, la natura, bla bla). Il fulcro del film è una coppia di ragazzini che scopre l’amore e la morte nel corso dell’estate sull’isola (la novità, proprio). Ad un certo punto sgozzano un’altra capra. Così, per sottolineare il fatto che vita e morte fanno parte del ciclo naturale delle cose. Le mangiano? No, le sgozzano e basta. Con tanto di sgocciolio di sangue e ultimi rantoli di morte. Grazie. Nell’ultima settimana non sono riuscita a mangiare carne. I produttori di tofu ringraziano.

E niente, la storia è molto nipponica, focalizzata più sulle sensazioni e sui ritmi della natura che su una trama vera e propria. Il che per me non è necessariamente un male: a me ‘sta roba piace, piace davvero.
Però.
Nonostante alcune scene di una dolcezza infinita, nonostante la commozione di una delle scene centrali del film ancorché blandamente surreale (ho pianto più di tutti i protagonisti della storia, con tanto di singhiozzi in sala), questo film ha due tremendi difetti:

UNO: il ragazzino della coppia è insopportabile, e

DUE: la shaky camera senza un perché.

Il ragazzino è davvero insopportabile, ma chissà per quale motivo tutti lo amano, il che lo rende ancora più fastidioso. Per qualche motivo a me incomprensibile (ma magari mi sono persa nei sottotitoli) il padre della ragazzina vuole a tutti i costi insegnargli ad surfare, ma lui ha paura del mare. Poi: non parla, boffonchia, ha la sensibilità di un sasso, urla, spinge le persone, chiama la mamma. Forse è il quindicenne medio, forse è per quello che non mi è mai piaciuto nessun quindicenne.
Intollerabile. Ma lei lo ama. Sarà l’unico ragazzino dell’isola?

E poi: la shaky camera.
Non è un film d’azione, non è un film in cui arrivano gli alieni oppure i protagonisti girano un documentario su una strega malvagia. E’ un film su due ragazzini su un’isola che girano in bici e si confrontano con i propri genitori e con le forze della natura (e le capre). Non c’è nessun motivo di shakerare con veemenza la macchina da presa.
Io quest’estate sono stata su una barchetta in balia delle onde per quarantacinque minuti andata e quarantacinque minuti ritorno e l’oceano mosso e la coppia dietro di me che vomitava in stereo. Non ho preso niente per un eventuale mal di mare perché il farmaco a disposizione conteneva caffeina e a me la caffeina fa un pessimo effetto.
Non mi è successo nulla, sono scesa dalla barca splendida splendente e ho affrontato le fredde acque oceaniche con arroganza e delle Cressi Gara.
E invece con Still the water ho sofferto come un cane. Saltuariamente dovevo guardare il corridoio illuminato a fianco a me per non emulare i miei compagni di viaggio estivi. Senza contare gli occhi coperti in caso di sgozzamento capre.
Il tutto. Senza. Motivo.
Signora Kawase, perché mi ha fatto questo? Io mi fidavo della sua nipponitudine.

Quanta mestizia. Nel caso non vi abbia convinto a non spendere dei soldi per vedere questo film, fatevi almeno il favore di portarvi una scatola di travelgum. Io domani vado a vedere L’AMORE BUGIARDO alle 11 di mattina per scongiurare la sala piena, e poi vi dico.

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