I’ve never been so insulted in all of my life – You say confidence is a hell you cannot bear And I say give me mine back and go there, For all I care

Primo pensiero

Ho letto Il senso di Smilla per la neve molti anni fa.
Credo sua stato il primo thriller nordico che mi sia capitato per le mani.
Ad un certo punto Smilla confessa: “Ho un debole per i perdenti. Invalidi, stranieri, il cicciobombo della classe, quello con cui non balla mai nessuno. Il mio cuore batte per loro. Forse perché ho sempre saputo che in qualche modo non cesserò mai di essere una di loro“.
In una delle mie riletture, quando ormai non ero più la ragazzina sfigata che veste magliette nere XXL per nascondere il proprio corpo che la sta tradendo diventando così odiosamente femminile, mi sono imbattuta in questa frase, che a tutt’oggi è forse ciò che mi è rimasto più impresso del libro. Ero una freak, e tale son rimasta, sotto una scorza neanche troppo spessa.

Secondo pensiero

Poco tempo fa una blogger che seguo ha scritto, parafrasando: “Tutti ci deluderanno, prima o poi, è solo una questione di tempo “. Quando ho letto questa esternazione ho pensato che il fatto che gli altri ci deludano o meno è un problema nostro, nel senso che siamo noi che ci siamo fatti delle aspettative e sono queste ad essere state deluse. Le persone sono sempre loro, siamo noi che proiettiamo su di loro la nostra visione e quando loro e le loro azioni non combaciano più con l’immagine che noi ce ne siamo fatti ci sentiamo feriti. Ma le persone sono state semplicemente quel che già erano, è colpa nostra avergli cucito addosso il nostro personale abito mentale.

La rabbia

Sono una persona solitaria, e nella mia solitudine ci sto bene.
Come molti introversi non odio necessariamente confrontarmi con le altre persone, tuttavia non ne ho bisogno – bisogno inteso come necessità. La gente mi piace, ma mi basto sola, come Fiorella.
Sono sempre stata molto portata alle relazioni binarie, scarsamente sufficiente quando si tratta di far parte di un gruppo. Reggo bene la parte quando si tratta di lavoro, ma nel mio tempo libero, nei momenti in cui la mia natura di orso prende il sopravvento, la mia mentre ripete a mantra “There’s more to life than books you know, but not much more“.
Anche quando ancora non ascoltavo gli Smiths, far parte del classico “gruppo di amici” mi sembrava qualcosa per cui io non fossi tagliata.
Forse a causa delle circostanze, mi è capitato, da grande, di far parte di un gruppo di amici, in cui ero naturalmente entrata dalla porta di servizio – la ragazza di.
È stato meglio, molto meglio, di quel che pensavo. Ho trovato persone con cui divertirmi, far festa, bere numerosi bicchieri e lamentarmene il giorni seguente. Giornate pigre al mare, cene di gruppo, feste di dottorato.
Certo, capitavano le grane, tipicamente per cazzate. Uno ce l’aveva con un altro per questione di ritardi, di soldi per la pizza, di politica. Per noia. E allora quando l’altro non c’era fiorivano discussioni sulle sue malefatte. A volte membri del gruppo sono stati pian piano estromessi, senza scenate o scontri diretti. Un gruppo è un branco, non è un insieme di singoli, è un organismo unico che contrappone “noi” agli altri, all’altro, e si fortifica in questo. Si gioca un po’ con l’anello debole, che poi viene lasciato indietro a colpi di appuntamenti mancati, con la scusa che è nocivo all’equilibrio del branco.
Vorrei poter dire che io non mi sono unita alle invettive quando si è trattato di cacciare qualcuno, o che non sono stata zitta. Invece, non sono una persona buona, suppongo neanche particolarmente coraggiosa o corretta.
E così, giustamente, quando io sono uscita per questioni geografiche e sentimentali dal gruppo, nessuno ha fatto granché per trattenermi.
Il che mi ha ferito. Mi ha ferito perché io avevo cucito agli altri il mio vestitino mentale e non avevo visto il branco, ma creduto di vedere i singoli. Mi ha ferito perché lo sapevo di far parte dei freak, ma avevo deciso di credere di far parte del branco delle persone affermate.
Errore mio.
Però, per ritornare al titolo di questa sezione, questo non mi provoca rabbia, solo un po’ di dispiacere e una maggiore coscienza delle mie incapacità sociali. Cercherò di ricordare come si sta dall’altra parte della barricata, se mi capiterà di nuovo di assistere all’estromissione di qualcuno e avere la tentazione di non immischiarmi.

La rabbia, invece, che mi è montata dentro come un’onda di marea implacabile e mi ha reso furiosa come non lo ero da tempo – il che, devo dire, è quasi un miracolo, provocarmi una tale rabbia è una cosa da professionisti, l’ultimo è stato il mio ex capo – è stata provocata dall’ascolto forzato del giudizio sulle mie scelte di vita e l’accusa riguardo le stesse.
Non credo nei giudizi, li ritengo un modo molto banale di parlate di sé stessi fingendo di occuparci del benessere degli altri, blaterando su quel che noi avremmo fatto con il nostro bagaglio di esperienze personali al posto dell’altra persona (tanto noi al posto loro non ci stiamo), certi che il nostro personale punto di vista sia più importante di quello degli altri sette miliardi di esseri umani che incespicano sul pianeta e in particolare più giusto di quello della persona che siamo giudicando.
È l’equivalente delle chiacchiere da bar sulla partita del giorno prima: davanti ad un caffè siamo tutti Mourinho(*), quando il nostro unico rapporto con il calcio è guardarlo su uno schermo.
Con la vita (degli altri) è uguale.

Diagnosi: la mia vita, le mie scelte, le mie ambizioni e la mia aspirazione alla mia piccola felicità, signori miei, sono tutte sbagliate. Se voglio che gli altri tornino a volermi bene è cosa buona e giusta, mio dovere e fonte di salvezza certa, che io mi cosparga il capo di cenere e in ginocchio sui ceci, battendomi il petto con forza, abiuri le mie scelte ed ammetta la mia colpa, la mia colpa, la mia massima colpa sperando, implorando nel perdono.

[pausa ad effetto]

Ma andate a cagare velocemente.

Quando sono così arrabbiata penso a delle cose molto brutte. Divento anche io una persona che giudica. Liste ed elenchi di cose cattive, conto sulle dita i “Proprio TU mi dici questo, proprio TU che…”, smetto di giustificare le azioni della gente a causa del loro carattere e dei loro trascorsi, applico il rullo compressore a tutta la comprensione che provato. Mi pento, sì, ma mi pento di aver permesso a me stessa di perdere tempo con gente che aspettava solo un motivo per immolarmi sull’altare della propria morale.
Poi passa.
Piano, piano, passa.
Mi rendo conto che la mia rabbia non serve a nulla, i miei giudizi, le mie spiegazioni non serviranno a nulla. Se qualcuno non mi ha accettato finora, non sarà l’elenco dei miei perché a fargli vedere improvvisamente la luce.
È come avere un sasso e pretendere che si metta a volare: è un sasso, il volo non è nella sua natura, sono io che sbaglio a volere che lo faccia. Pestare i piedi perché il mondo non ci ubbidisce è una cosa da bambini molto piccoli.
Lasciare andare.
Poi passa. Passerà.


(*) per tranquillizzare il mio amico che ancora spera che io mi faccia una cultura: Mourinho è l’unico nome di allenatore che conosco, se escludiamo Trapattoni, per il quale nutro un immotivato affetto esente da valutazioni calcistiche.

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