L’ottava fatica: la maledetta carta de securité sociale

Più o meno analogamente all’Italia, anche qua esiste un servizio sanitario nazionale, il quale copre il 75% delle spese mediche. Per il resto, ti fai un’assicurazione sanitaria.

Oh, a spanne. Se volete informazioni più serie, temo non le troverete qua, perché comunque non ho ancora ben capito come funziona.

La qualità del sistema sanitario, per quel pochissimo che ho visto, è altissima – a parte il mio medico che voleva a tutti i costi convincermi che il fatto che la pillola anticoncezionale mi provochi la depressione fosse solo una mia paturnia da donna, ah, le donne, queste pazzerelle! (Il mio medico, mi accorgo ora, somiglia a Fabio de Luigi quando faceva Olmo)
Fulcro del servizio sanitario nazionale è una tesserina verde, che inspiegabilmente – per me – non chiamano carte verte(*), ma carte vitale.

Quando mi sono presentata al lavoro il primo giorno mi hanno chiesto una lunga serie di documenti per aprirmi un dossier (amano i dossier, te ne aprono uno per qualsiasi cosa fai). Tra i documenti richiesti c’era anche il numero di securité sociale (il numero sulla tesserina verde).
Ecchepproblema c’è, mi dicono loro, vai alla CPAM (amano anche le sigle, che usano senza spiegarti di che cosa stiano parlando) (Caisse primaire d’assurance maladie, comunque) con il passaporto e il contratto di lavoro e VOILA’! tesserine verdi come se piovessero!

Note To Self: ottima cosa il passaporto, brava che te lo sei fatto due anni fa. Per altri motivi a me incomprensibili, la carta d’identità italiana non viene riconosciuta da alcuni uffici o società (tipo quella telefonica, ma ne parleremo poi)(forse).

All’epoca, sette mesi fa, credevo ancora che 1) la mia amministrazione fosse abituata a trattare con collaboratori non francesi e 2) la burocrazia francese fosse migliore di quella italiana.
Quanta ingenuità! Mi faccio quasi tenerezza.
A discolpa della parte amministrativa del mio gruppo c’è da dire che sono delle persone veramente disponibili e super gentili, solo che probabilmente non hanno avuto spesso per le mani gente che non fosse più o meno già abituata al sistema francese e/o studenti. La vita dello studente (e dunque, la burocrazia a cui è soggetto) è inverosimilmente più semplice. Che ve lo dico a fare.
Forte della mia nuova natura di italiana all’estero, entusiasta per il nuovo lavoro, dimentica dell’esperienza della ricerca dell’alloggio, saltello dal mio supervisore e gli comunico “Oh bro, va tutto bene! Mi serve solo andare a fare la tessera sanitaria, quindi magari domani arrivo un po’ più tardi in ufficio”.
Il mio supervisore sbianca un attimo e mi dice “Buona fortuna, la burocrazia francese è tremenda”. Io, per nulla turbata dal fatto che un autoctono (esagerano! non conoscono quella italiana!) dichiari una cosa simile, gli chiedo se sa se ho bisogno qualcosa oltre al contratto e il passaporto. “Una fototessera”. E sia.
La sera, mentre torno dall’ufficio, mi faccio la fototessera più brutta della storia delle mie fototessere al confessionale nella stazione della metro attacata a casa mia.
Il mattino dopo mi presento con copia del contratto, passaporto e orrida fototessera allo sportello della CPAM.
Allo sportello mi accoglie Jabba.
“Buongiorno, salve, guardi mi scusi non parlo francese, sarei qua per la tesserina verde”.
Jabba neanche mi parla.
Pesca dagli anfratti di un portadocumenti una fotocopia con su una lista e me la piazza davanti.
E’ l’elenco infinito dei documenti di cui ho bisogno per fare domanda per la tessera sanitaria.
Tra tutti spicca l’estratto del certificato di nascita.
Non c’è nessun accenno ad una fototessera.
Jabba mi spedisce via alla ricerca dei documenti necessari. Io mi sento come l’eroina del romanzo fantasy a cui viene richiesta l’ennesima cerca (è l’italiano di quest, non guardatemi così).
Faccio il punto: ho bisogno di richiedere ai miei di andare all’anagrafe del mio comune di nascita a richiedere un estratto del certificato di nascita (non sapevo neanche che esistesse qualcosa di simile) per farmelo spedire per completare la lista dei documenti che mi servono per ottenere la tessera sanitaria per avere il numero per completare il dossier che al mercato mio padre comprò.
Ricorda niente? A me ricorda questo:

Improvvisamente il fatto che Asterix sia un fumetto francese ha un senso ancora più compiuto.
Penso che tutto questo è assurdo, non tanto l’elenco di documenti, quanto il fatto che sono fogli che mi è complicato ottenere da qua, ma che sapendolo (=se la mia amministrazione me l’avesse fatto sapere) prima di partire dall’Italia, le cose sarebbero state immensamente più facili.
In pratica, all’epoca non mi ero ancora rassegnata ad essere un’italiana all’estero, nel senso di immigrata in un paese straniero che non è più gentile con te solo perché tu sei abituata alla cortesia altrui e soprattutto negli uffici pubblici. In particolare, non ero abituata alla totale mancanza di empatia del personale allo sportello.

Parentesi antropologica
Parliamone: la burocrazia francese non è peggiore di quella italiana, è solo diversa, quindi l’italiano che ci si infrange contro non ha gli anticorpi, non è abituato. Grazie graziella, fin qui tutto normale. Quello è davvero differente tra i due sistemi è il fatto che l’impiegato italiano allo sportello, salvo eccezioni, cerca di aiutarti, di spiegarti, di venirti incontro in qualche modo, anche solo con qualche frase consolatoria atta a lenire le tue pene durante la migrazione illogica da un ufficio all’altro. Il francese allo sportello se ne batte il deretano: non parla neanche più lentamente affinché tu lo capisca. Non ti spiega, non ti incoraggia in nessun modo, non mostra alcun tipo di comprensione. Il che è destabilizzante.
Chiudiamo questa parentesi estremamente corretta dal punto di vista della statistica, nonché assolutamente oggettiva, e torniamo alla mattina del mio incontro con il Jabba del servizio sanitario nazionale.

Ovviamente, poiché non sono per nulla portata al dramma, la mia mente parte con una carrellata di “e se”: “E se fossi orfana?”, “E se non avessi dovuto fare il passaporto per andare in Russia?” “E se non fossi europea?”. Travolta da questo elenco di miserie (+ il ricordo della ricerca della casa + le richieste per il dossier lavorativo, cioé altri fogli da chiedere ai miei + i problemi infiniti per farmi installare la rete a casa), scoppio a piangere.
Giuro.
Resisto fino fuori dall’ufficio di Jabba e scoppio a piangere in mezzo ad una strada.
L’ultima volta che era successo era quando quattro anni fa mi ero mollata con uno, e comunque era l’una di notte e in giro non c’era un cane, qua invece sono le 9 di mattina in un quartiere popolare.
Singhiozzando, telefono al mio allora unicorno e lo spavento a morte mi faccio un po’ consolare.
Mi calmo, passo da casa a lavarmi la faccia e vado in ufficio, dove mando la lista delle richieste via mail a mia madre.
Tempo una settimana e ho una copia dell’estratto del certificato di nascita.
Raccolgo dunque (elenco nel caso qui sopra passasse un’altra povera anima alle prese con la carte vitale):

  • fotocopia del passaporto
  • RIB (altra sigla! In pratica è l’IBAN, le banche francesi lo elargiscono proforma in numerose copie, poiché questo codice è più utile della carta d’identità)
  • estratto del certificato di nascita
  • copia del contratto di lavoro
  • GIUSTIFICATIVO di residenza, in pratica (di nuovo) una bolletta, necessario persino per chiedere la tessera della biblioteca
  • dichiarazione del medico curante in Francia (modulo scaricabile, da far compilare al medico che avete scelto); è un documento facoltativo, ma se non lo portate la prima volta, dovrete tornare a portarlo.

Arrivo felice (ho la sindrome del bravo studente, quando so di avere fatto i compiti il mio corpo rilascia serotonina) con il plico. Consegno il tutto ad un ragazzo un po’ più umano di Jabba. Non capisco quel che mi dice, mi chiamano una sua collega che parla inglese che mi dice che riceverò i documenti a casa entro quattro settimane.
Quando lo racconto fiduciosa a Collega Autoctono ride tantissimo. Ride come i cattivi dei film.
Era il 20 di Aprile.

Luglio
Prima di partire per le vacanze estive passo di nuovo al CPAM: non ho ricevuto nessun documento a casa e sono già passati quasi tre mesi.
Trovo un impiegato che mi informa che non gli ho portato l’estratto del certificato di nascita. Gli rispondo che no, gliel’ho portato insieme a tutto il resto e lui, candidamente, afferma: “L’avremo perso.”
Io lo guardo troppo stupefatta per dire qualsiasi cosa. Io credo che un impiegato allo sportello che ammetta di aver perso un documento, in Italia, verrebbe investito da una tale montagna di urla e insulti che piuttosto che dire una cosa simile utilizzerebbe un enorme giro di parole inframmezzate da “scusi”, “sa, l’ufficio a fianco”, “se potesse gentilmente”, “scusi”, “scusi” e, ancora, “scusi”. Sto qua si limita a guardarmi e a sorridermi.
Vado.
Torno con un’altra copia del documento. Un altro impiegato mi stampa un foglio e mi dice che lì c’è il numero che mi serve se devo andare dal medico e che mi arriverà qualcosa a casa.

Settembre
Vado dal medico. Mi chiede la tesserina verde, gli dico che non ce l’ho, mi affida una ricevuta con cui richiedere il rimborso al CPAM.
Vado al CPAM con la ricevuta del medico, chiedo ad una ragazza allo sportello informazioni come posso fare, lei controlla il numero sul mio foglio spiegazzato che mi hanno dato a Luglio e mi comunica che quello era il numero provvisorio e che ora ne ho un’altro. Mi stampa un secondo foglio uguale al primo, ma con un numero diverso e mi dice che in quattro settimane mi arriverà qualcosa a casa (dove l’ho già sentita..?).

Ottobre
Trovo una lettera nella cassetta della posta. Viene dal CPAM. Dentro c’è un modulo da compilare con i dati personali e LA FOTOTESSERA (alè!) e da rispedire all’ufficio per ottenere la tessera verde. Miracolo! Leggo il foglio meglio: è da consegnare entro dieci giorni dalla spedizione. Ne sono già passati sei. Il mattino dopo vado fino al CPAM e consegno la busta a mano.

Novembre
Ad oggi, sto ancora aspettando la mia tesserina verde. Sono passati sette mesi da quando ho fatto richiesta. Il prossimo che mi dice che la burocrazia italiana è la peggiore al mondo lo picchio con un giornale arrotolato.


(*) il mio stupore è dovuto al fatto che chiamano il bancomat carte bleue, quindi mi faccio delle storie.

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