Almeno hai limonato?

Glorioso biscottone autoprodotto

glorioso biscottone autoprodotto

La vita nel nord della Francia non è, di per sé, fonte di sconforto (nonostante le mie eterne lamentele, fatemi pat pat sulla spalla e andate oltre).
Anzi.

Seeee, l’Italia, il mare, il sole, la cucina della mamma. Tutto vero e tutto bello. E vale comunque il fatto che il fantasmagorico ‘estero’ non è il paese della cuccagna, qualsiasi cosa ne pensino quelli che pontificano (generalmente senza avervi mai messo piede) su “In Inghilterra invece” o “L’Australia è il futuro”. I Paesi esteri hanno più o meno gli stessi problemi che abbiamo noi in Italia, magari li gestiscono in un altro modo. Però non è che semplicemente per il fatto di aver posato il vostro sacro piedino di italiano in fuga su territorio straniero, improvvisamente vi stenderanno il tappeto rosso ai piedi e sarete circondati da putti che vi cospargono il cammino di petali di rosa, mentre sbocciano intorno a voi contratti lavorativi ben remunerati.
Non funziona esattamente così.

Comunque.

A parte questa mia recente incapacità di sintesi, qua si vive bene.
Tranne che per un piccolo particolare.
Ho scoperto cos’è che manca di più dell’Italia all’italiano all’estero. E no, non è il caffè. E neanche le lasagne della nonna. Inoltre, suppongo che ormai si possano trovare gli spaghetti Barilla persino ad Ulan Bator, per non parlare del parmigiano.
Il grande motivo di disagio dell’italiano al di fuori dei confini nazionali è L’ASSENZA DEI BISCOTTI DA PUCCIARE NEL LATTE (o nel tè, o voi intolleranti al lattosio).
Voi che siete rimasti in Italia NON POTETE CAPIRE.
Voi che potete andare al supermercato e comprare sei pacchi di (simil)Gocciole, ciascuno di una marca diversa. Che potete dire “Gli Abbracci no, che gli Abbracci mi fanno schifo” (giovane Pigropanda, sto parlando di te, tu che raschiavi con i denti la parte al cioccolato per poi abbandonare la metà alla panna, pentiti. Ora ti commuoveresti davanti all’imitazione del discount).
Che, già vi immagino, vi svegliate ogni mattina con la possibilità di affrontare il mondo armati di almeno due scatole di latta che non contengono più gli originali Danish Butter Cookies ma le ben più italiche Campagnole, oppure le Macine, oppure entrambe (ma separate).
Per non parlare dei Pan di stelle. I PAN DI STELLE.
Scusate, non ce la faccio.

Un minuto di raccoglimento.

Il vero dramma dell’italiano all’estero è l’impossibilità di fare una colazone come si deve (o come sostiene che sia una colazione come si deve).
Anche i più intraprendenti e i più moderni, quelli che sono in grado di affrontare senza batter ciglio la colazione continentale in albergo, che la domenica vanno a fare il brunch nel locale vegano, che alle volte si spingono al punto di riuscire a mangiare il riso a colazione come nell’ormai mitica vacanza in Thailandia nel 2003, pure loro, dopo due settimane, avranno già passato in rassegna lo scaffale dei dolci e dei cereali del supermercato più fornito della città nella – spesso vana – speranza di trovare qualcosa che abbia il minimo aspetto di un biscotto da latte.
Più volte.
In genere, dopo queste due settimane, l’italiano all’estero ha già comprato sei pacchi dei biscotti più promettenti per poi pentirsene amaramente e portarli in ufficio fingendo di offrirli gentilmente ai colleghi nella pausa caffé, nella realtà per smaltirli senza cedere all’istinto di lanciarli nella spazzatura e poi incendiarla per la delusione coccente. Di sei pacchi ne ha salvato mezzo, il meno peggiore, per la disperazone. Quei biscotti sono peggio degli Abbracci, ma è il meglio che è riuscito a trovare.
All’amico che lo viene a trovare per il ponte dell’immacolata e che chiede, ingenuo, “Cosa posso portarti dall’Italia?”, l’italiano all’estero chiede “DELLE MACINE”, spesso barrendo.
Il dramma del ritorno dalla terra natìa alla fine delle vacanze di Natale diventa: “Riuscirò a far stare i cinque pacchi formato famiglia di Galletti nel bagaglio a mano?”
Va da sé che nel soggiorno in Italia ammorba il resto del mondo con commenti sull’inciviltà del Paese ospitante (tipo come sto facendo io ora) e gira costantemente con la mano infilata nel primo pacco di biscotti su cui è riuscito ad avventarsi, seminando dietro di sé una scia di briciole e felicità palpabile (tipo come NON sto facendo io ora, e quindi scrivo annegando nell’autocommiserazione).

Amici italiani all’estero, non credete di poter condividere questo disagio con i vostri nuovi amici non italiani.
Sto conducendo un’indagine serissima tra i miei colleghi: “Cosa mangiate a colazione, tipicamente, nel tuo Paese?”
Ho collezionato le seguenti risposte:

  • caffè, pane e burro (Francia – gli stessi che mi dicono che i biscotti a colazione sono “troppo zuccherati” e fanno sicuramente male)
  • pane, olio e miele (Turchia)
  • tè, una specie di pizza con l’aglio, alle volte cuori di agnello crudi (Libano, ma ho il persistente sentore mi stesse perculando)
  • caffè, zuppa di latte, pane dolce nel latte, sandwich salati (Polonia)
  • tè, uova fritte, porridge di svariati cereali, sandwich salati (Russia)

Devo ancora indagare tra gli indiani e i cinesi.
Comunque, nessuno contempla il biscotto come pietra fondamentale della colazione.

Il mondo là fuori è un luogo selvaggio, credetemi. Hoi polloi, barbaroi.

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