Riscoprirsi analfabeti

un post tragico sulle mie difficoltà con la lingua francese, casomai non foste ancora stufi di sentirmene parlare

 

Soffro di una discreta mancanza di costanza, in aggiunta ad una ben più grave bassissima soglia di noia. Queste caratteristiche determinano il fatto che, sì, indubbiamente, posso essere incostante, ma anche che non prendo abitudini facilmente. Il che non è il massimo per quel che riguarda le buone abitudini, ma è fantastico per il fatto di non riuscire a prendere nessun tipo di vizio.

Nessuno tranne uno.

Leggo.

Dice, non è così grave. No, certo che no, facessi colazione con il Fernet sarebbe peggio. Ma leggo e non comprendo la gente che non lo fa. Leggo e non ascolto le persone che ho intorno:

“Pigropanda, sai pensavo che potremmo andare al mare.”
“Mh-mh…”
“Partiamo adesso, dai. Sento Tizio.”
“Mh, OK…”
“Tizio ha detto che c’è, sei pronta?”
“Mh, sessè…”
“PIGROPANDA SEI ANCORA IN MUTANDE MA MI ASCOLTI?!?”
“Mh..? Oh, scusa. So che ti ho risposto, ma stavo leggendo. Non so cosa hai detto. Scusa. Dicevi?”
“AAAARGH!”

Leggo e pretendo di farlo in lingua originale (a questo punto dice “Te la tiri da paura“, va bene, ma giuro che non lo faccio apposta).
Nel mio delirio di onnipotenza, ecco quel che vorrei leggere in originale francese:

l’arroganza [foto con condensa]: Saint-Exupéry, Hugo , Gary

Ed ecco invece cosa il mio livello di francese mi permette di leggere:

lo schianto con la realtà [come vedete, la balena da tè ha deciso di non prestarsi]: Grangé, Indriðason, King

Se si leggessero i titoli nella seconda foto, potreste notare che solo uno degli autori è francese, ma ci sono motivazioni plausibili.

 

Sac d’os, Stephen King
(titolo originale: Bag of bones; titolo italiano: Mucchio d’ossa)

In realtà il primo libro che ho provato ad affrontare in francese è stato La fée carabine di Pennac, però non ha funzionato. L’avevo letto in italiano e conoscendolo già non avevo stimolo a continuare a leggere.
Così ho preso un libro di King, pensando “Almeno avrò voglia di vedere come va a finire”, accantonando per un attimo le pretese di non leggere anglofoni o italiani tradotti.
Ha il pregio di avermi fatto rompere il ghiaccio con un intero libro in francese senza l’umiliazione di dover passare per libri semplificati e/o edizioni scolastiche.
Ha l’enorme difetto che ho riscontrato in tutti i libri di King che ho letto (It, questo e un altro di cui non ricordo il titolo): il finale.
I finali dei libri di King mi lasciano sempre senza parole per la loro inutilità. Sono frettolosi, come se dovesse tirare le fila di tutto nel modo più rassicurante possibile, con la necessità di mettere un punto a tutte le situazioni create, in modo assolutamente conclusivo. Un taglio qui, una sforbiciata là e dei personaggi di cui abbiamo parlato per trecento delle settecento pagine magicamente risolvono le loro situazioni sparendo in modo più o meno non convincente. E’ tutto bianco o nero, i buoni sono buonissimi e i cattivi sono cattivissimi, una sorta di saturazione letteraria estrema.
Voglio dire, hai già scritto settecento pagine sviscerandomi anche la marca delle mutande che indossa tal personaggio, e scrivine cento in più per dirmi cosa gli è successo dopo quella tragica notte (è sempre notte, è sempre buia, è sempre tempestosa) in cui abbiamo raggiunto il climax del libro, invece di relegarlo all’oblio con tre righe tre di spiegazione a mala pena imbastita.
Non è il solo che scrive in questo modo e non è neanche il peggiore, però non credo che leggerò un altro suo libro in tempi brevi.

 

La forêt des mânes, Jean-Christophe Grangé
(titolo italiano: L’istinto del sangue)

Tanti anni fa ho visto I fiumi di porpora al cinema, e mi e piaciuto un botto. A mia discolpa dichiaro di aver avuto sedici anni o giù di lì. Dopo averlo rivisto in tempi più recenti ho decisamente rivalutato il mio giudizio verso il basso, ma va bene lo stesso. Il romanzo da cui è tratto il film l’ha scritto il signor Grangé, il quale è francese e scrive thriller e allora ho deciso di dargli una chance, anzi, due.
Prima ho letto Miserere, poi ho letto questo. Miserere in foto non c’è perché dopo la fregatura King mi sono fatta la tessera in biblioteca per leggere brutti libri che mi vergognerei ad avere in casa.
Miserere era bruttino. Questo, invece, era talmente brutto che ogni tanto mi veniva da piangere.
La suspence funziona, o almeno, io volevo capire come andasse a finire. Forse volevo solo capire fino a che punto di ridicolo poteva arrivare. Le mie speranze di veder morire tutti purtroppo sono state ancora una volta deluse, ma c’è in ogni caso un bel quantitativo di scene splatter.
E’ un libro insensato. La protagonista infila una serie di scelte sbagliate a partire dalla prima pagina: va bene che è un thriller e il protagonista è tenuto a fare scemenze, ma c’è un limite a tutto. Ad una così non affidi la lista della spesa, spiegami come ha fatto a diventare giudice istruttore.
Bandoli della sua vita accennati e non sviluppati, personaggi secondari senza il minimo spessore, colpi di scena talmente irrealistici da farmi chiudere il libro dal fastidio (occhio, spoiler):
un tizio che hai incontrato a Parigi settimane prima, improvvisamente, entra nella tua camera – in una pensione nel bel mezzo della Pampa argentina – mentre stai telefonando al collega rimasto in patria, e proprio mentre pronunci la frase “Credo che la tizia trucidata avesse trovato un teschio…”, l’intruso copleta con “… un teschio come questo?” lanciandotelo sul letto E TU NON URLI NE’ FUGGI NE’ TANTOMENO CERCHI DI FRACASSARGLI TUTTE LE OSSA CON IL PRIMO OGGETTO CONTUNDENTE A PORTATA DI MANO?
No, lei no, lei chiude la telefonata con un “Ti richiamo dopo” e condivide placida con il nuovo arrivato le sue intuizoni.
Ma per favore, Jean-Christophe, ma per favore.

 

Hypothermie, Arnaldur Indriðason
(titolo originale: Harðskafi; titolo italiano: Un caso archiviato)

Lode, lode eterna a quell’isola dimenticata da dio in cui, di meno di un milione di abitanti, la metà scrive ottimi libri e l’altra metà fa ottima musica.
Grazie, Islanda, credo di amarti.
Questo è il secondo libro che leggo di questo autore. Sono dei gialli non eccessivamente lunghi in cui Erlendur, commissario della polizia con una spiccata propensione all’atarassia, vaga per i dintorni di Reykjavík portando avanti le sue indagini tra problemi familiari personali e non, e gente che beve troppo. Il tutto riuscendo a non scadere nel becero.
In tutti i libri che ho letto io o ha letto mia madre ci sono persone che scompaiono – al punto di farmi preoccupare riguardo al rischio di spospolamento dell’isola.
Non è il libro che vi cambierà la vita, ma Indriðason scrive in modo equilibrato e i suoi personaggi sono, in un certo senso, gentili. Parla di persone realistiche, abbastanza comuni, lontane dalla perfezione e dal successo, con difetti e problemi quotidiani. Scrive con umanità.
Essendo ambientato in Islanda ci sono dei nomi che ad un orecchio italiano suonano buffissimi. Vi potreste imbattere in paragrafi di questo tipo:
“Da molti secoli, esiste un sentiero che si srotola attraverso la piana di Eskifjardarheidi e che porta dal villaggio di Eskifjördur fino alla regione di Fljotdalshérad. E’ una vecchia strada che veniva percorsa a cavallo. Parte dalla sponda nord del fiume Eskifjardara, risale la cresta del Langahrygg, costeggia il fiume Innri-Steinsa, attraversa la valle della Vina, si arrampica sulle colline del Midheidarendi fino all’altipiano dell’Urdarflöt, passa ai piedi delle falesie d’Urdarkletti dove lascia, infine, il territorio intorno a Eskifjördur.”(*)
Avete provato a leggere “Fljotdalshérad”?
Io non ci provo neanche. Però quel mucchietto di consonanti e dieresi è tanto buffino.
Credo che alla mia prossima incursione bibliotecaria cercherò qualcos’altro di suo, anche se non mi aspetto nessun capolavoro della letteratura mondiale.
Semplicemente, un libro piacevole per passare un po’ di tempo senza pensare troppo.


(*) la traduzione è mia, non incolpate nessun altro per la sua scarsa qualità.

 

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