Impressioni di un dicembre estivo – Brasile vol. III

occristiddio dove sono finita – lo shock culturale

[NOTA: la mia idea era quella di scrivere come una disperata tutto il weekend – di tre settimane fa – e poi programmare un post al giorno in modo da riuscire a procedere velocemente con questo resoconto di viaggio a puntante (pregasi inserire qua risate preregistrate). Ovviamente non è andata così. Prima mi sono successe un paio di disgrazie minori di cui parlerò presumibilmente nel febbraio 2017, se continuo di questo passo, e quindi sono rientrata in Italia per le vacanze di Natale, dove mi sono diligentemente applicata nel procurarmi un’overdose di Pan di stelle. Comunque. Procediamo.]

Il mio primo impatto con il Brasile, se escludiamo l’aeroporto di Saõ Paulo dove la cosa più brasiliana in cui sono incappata era un marmocchietto che urlava “Naõ! Naõ! Naõ!”, è stata la strada percorsa dall’aeroporto di Maceió per arrivare in città.
Ho passato tre quarti d’ora sul sedile posteriore di un taxi privato ad appiccicarmi le cosce sui sedili in similpelle e a guardare il mondo da un oblò fuori con due occhi così O.O

L’autista ci ha detto che c’era una parata militare, o qualcosa di simile, che bloccava il traffico, e dunque ha annunciato che avrebbe preso una scorciatoia. Nessun problema. Prendiamo la scorciatoia.
La scorciatoia passa per strade più o meno così.
L’autista guidava di buco in buco cercando di risparmiare la coppa dell’olio, di evitare la gente in bici o in moto (rigorosamente a piedi scalzi) e i carretti trainati dai cavalli. La strada in terra correva stretta tra case basse e colorate. Sdraiati all’ombra, uomini coperti unicamente da bermuda. Ogni incrocio un negozio: un alimentari, una farmacia, un bar o un’officina meccanica. Tutti bassi bassi come le case, tutti piccoli e tutti aperti: la parete della “facciata” semplicemente non c’è, non ci sono porte da attraversare, semplicemente dalla strada entri nel negozio facendo un passo – immagino che sia una visione comune in quei Paesi in cui la temperatura lo permette. Ogni cinque case c’era una chiesa, ovvero una casa come le altre con un’insegna o una scritta che specifica l’appartenenza religiosa. Ogni sei muri una scritta: “Non abbandonare la spazzatura”, “Vendesi”, “Decoratore, chiamare: 012 3579###”.

Sono una figlia del Nord-Ovest Italia. Da noi fa freddo, piove abbastanza da rendere la campagna abbastanza verde tutto l’anno (tranne in inverno, quando è tutto in sfumatura di grigi), ci sono strade pavimentate da più di un millennio.
Per me è esotico l’Est.
D’Italia.
Non iniziamo neanche a parlare del Sud o dell’interno delle isole.
Un posto in cui le strade sono sterrate e le case sembrano piuttosto al capanno da vigna che ad una casa come sono sempre stata abituata ad intenderla non può che stupirmi.
Sì, sono appena scesa dal pero.

Forte della mia ignoranza a riguardo e dei cliché assorbiti nel corso della vita, ho fatto in fretta a decidere che il quartiere che stavamo attraversando fosse una favela o comunque un quartiere povererrimo.
Poi siamo usciti, siamo tornati su una strada asfaltata, abbiamo attraversato una valle e mi è stato detto “Guarda, quella è una favela”. Ah.
Case arroccate su una piccola valle verdeggiante, distanti a dir tanto un metro e mezzo l’une dalle altre, a due piani, con mattoni a vista (veri mattoni a vista, nel senso niente intonaco).

A me non sembrava così favela (foto terribile presa dal taxi con un obiettivo inadatto a questo tipo di foto)

A me non sembrava così favela (foto terribile, ingrandita, ritagliata e raddrizzata in un penoso tentativo di recupero in postproduzione, presa dal taxi con un obiettivo inadatto a questo tipo di foto)

Fatto sta che il quartiere attraversato, con le case basse, era banalmente un quartiere di non ricchi, ma nulla di che.
Quando siamo invece arrivati a casa, praticamente sulla spiaggia, mi ha accolto un’infinita serie di palazzi medio-alti, simili a quelli che io immagino decorino le spiagge di Miami (dato che non sono mai stata a Miami devo basarmi su fonti attendibili):

Visto? Miami! (foto presa alle 4:52 del mattino)

Visto? Miami! (foto presa alle 4:52 del mattino) [notate le lucine di Natale: ci sono le lucine di Natale d’estate – questa cosa mi ha provocato un’indicibile meraviglia mai esauritasi, per cui passavo ogni giorno almeno qualche minuto a stupirmene; è stata l’unica cosa alla quale non sono riuscita ad abituarmi (la gente che rantola per terra sì, ma i babbi natale aggrappati alle finestre a trenta gradi all’ombra, no: che cosa meravigliosa la mente umana)]

Tuttavia, proprio non ci si poteva confondere con Miami: a fianco dei palazzi fighi e degli alberghi per turisti ricchi, si trovavano buchi nei marciapiedi dove erano state tolte le grate dei tombini e mai sostituite, zone incolte (*) tra i palazzi, rottami ai bordi delle strade, fili del telefono o elettrici pendenti come liane ad altezza uomo.
Che poi non so, magari Miami è esattamente così:

gerbido

Zona incolta esattamente dietro casa, a trecento metri dalla spiaggia, circondata da estetici palazzoni gialli e blu.

fili

Io canto le liane elettriche . Foto che non è stato possibile ritagliare come le precedenti in un artistico 16:9, ché altrimenti veniva esclusa la cartaccia che funge da riferimento per l’altezza del cavo volante. Sì, è un cavo elettrico; sì, è a un metro e mezzo da terra; sì, quello è un distributore; e infine sì, a terra è bagnato perché ha piovuto a secchi fino a cinque secondi prima.

Quando siamo arrivati a casa dall’aeroporto abbiamo posato le mie cose e siamo andati a fare la spesa.
Quando siamo tornati nell’appartamento ho pensato che io la spesa da sola, in quel posto lì, col cazzo che andavo a farla.
Questo atteggiamento pavido da primomondista, ammetto con vergogna, è durato qualche giorno, due o tre. Mi alzavo al mattino, guardavo fuori dalla finestra e mi chiedevo come fosse possibile che delle persone accettassero di vivere in un posto simile.
Un posto dove è meglio se non bevi l’acqua del rubinetto. Acqua che, se sei attaccato alla rete idrica cittadina, c’è un giorno sì e due no. Se l’acqua vuoi averla ogni giorno, paghi un’autocisterna che te la porti nel serbatoio del tuo palazzo, e comunque quell’acqua annerisce le pentole in alluminio, ergo usi l’acqua in bottiglia anche per farti una pasta.
Un posto dove hai la piscina condominiale sul tetto e il filo spinato elettrificato attorno al giardino.
Un posto dove devi avere paura della scorta di quelli che ricaricano i bancomat, perché prima sparano e poi chiedono.
Un posto dove, dice Wikipedia, c’è il più alto numero di omicidi per abitante. La gente stesa a terra davanti ad un bar alle sei di sera e nessuno che fa nulla. Ragazzini che rovistano nell’immondizia.
Non vedevo niente di bello, vedevo solo lo sporco, i buchi nelle strade, i rifiuti sulla spiaggia, la gente povera, la gente poverissima.

E poi mi sono abituata.
Ci si abitua a tutto, dicono. Suppongo anche a vedere un’alba così ogni mattina:

Una delle quattrocento foto di alba con faro che ho scattato quella mattina.

Una delle quattrocento foto di alba con faro che ho scattato in una sola mezz’ora.

Mi sono abituata agli autobus con i tornelli, ai ragazzini che giocano nell’oceano, al contrasto tra il negozio di Calvin Klein e la donna senzatetto buttata a dormire per terra lì davanti, all’architettura bauhaus del negozio di interni e al fattorino scalzo che porta in giro i bidoni di acqua potabile su una bici modificata con il saldatore, al lungomare tirato a lucido per turisti e il centro città abbandonato a se stesso per gli autoctoni. I nostri conoscenti brasiliani ridere, scherzare e volersi tutti quanti molto bene.
Vedevo ancora i buchi per terra e i rifiuti, ma li scavalcavo con i piedi e la coscienza.

Anche i primi giorni di disagio, tuttavia, mi sono stupita molto di questo impatto col Brasile lieve come un tranvai sulla fronte. Perché non è che non fossi preparata. Non sono quel tipo di bravo viaggiatore con la guida sotto braccio, ma qualcosa ho letto e a fare il collegamento mentale che il Brasile non è in Europa ce la faccio ancora. E invece, SBABAM.

Al quarto giorno, più o meno, la paura è evaporata, lasciando il ricordo ma lasciandomi in pace. Così in pace che, quando finalmente siamo passati vicino ad una favela come l’europeo medio se le immagina (quelle sulla laguna Mundaú, guardate un’immagine qua e non cercate su Google che è un catalogo di morti violente), non mi ha fatto l’impressione che mi ero preparata a provare. Evidentemente, per quel tipo di disagio, avevo già esaurito i crediti.

 

—-

(*) stavo per scrivere “a gerbido”, ma avevo il dubbio che fosse un regionalismo, così ho controllato. Avevo ragione.

 

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