Nel frattempo

Mentre scrivo cose troppo verbose sul mio viaggio in Brasile, che se continuo con questa frequenza finirò a metà del prossimo viaggio per poi ricominciare – tipo quelle storielle paradossali e cicliche che raccontano a volte i nonni(*) (forse solo i miei) -, accadono cose.

Accade che dei terroristi entrano in una redazione parigina e fanno fuori undici persone, tra cui uno dei fumettisti che leggevo quando ero piccola e sgraffignavo i fumetti di mia madre. A seguito di questo succedono un sacco di altre cose, tra cui che evidentemente i media italiani prosperano sulla faccenda e gli taliani vengono letteralmente investiti da migliaia di articoli, post, opinioni, meme, status di Facebook e Twitter (“Togliete internet a Gasparri” parte prima) e scoprono di essere in guerra. Così poi gli italiani che conosco in patria chiamano me che sto invece sto a 200km da Parigi e mi chiedono, molto preoccupati: “E lì, com’è?”, immaginandomi forse barricata in casa.
So che ora vi darò una notizia sconvolgente, ma qua la gente è meno, molto meno isterica degli italiani.
Fanno la fila ordinati per comprare il nuovo numero di Charlie Hebdo. Vivono. Ne parlano, poco. A lavoro non ne parlano per niente; l’unico commento estirpato ad un collega è stato “Dobbiamo continuare a comportarci come sempre, come se non fosse successo nulla, per dimostrare che i terroristi non possono cambiare la nostra società”. Si sentono uniti. Vanno a fare delle manifestazioni oceaniche di cui i giornali mostrano foto di facce sorridenti e bambini con scritto “Je suis Charlie” sulla fronte. SARCASMO: ON: Proprio come i giornali italiani. SARCASMO: OFF
Ho tratto alcune semplicistiche conclusioni sulla faccenda:

  1. i francesi si sentono francesi, si sentono realmente parte di una nazione. Sono una repubblica da oltre duecento anni e occupano un territorio che è storicamente franco da qualcosa come millecinquecento anni: non possiamo competere. Questo sentimento di appartenenza nazionale gli italiani non possono capirlo: lo confondiamo con il nazionalismo di matrice fascista, e in verità non c’entra granché.
  2. i media francesi sono meno allarmisti di quelli italiani, meno propensi a dare notizie in tono sensazionalistico e ancora meno propensi ad alimentare la paura. Anni fa vidi un film di Michael Moore, forse Bowling for Columbine, di cui ricordo uno spezzone in cui mostrava la differenza tra i TG canadesi e quelli statunitensi. Michael Moore faceva notare (un po’ alla volemosebbene, ma comunque) che le trasmissioni statunitensi fomentavano le paure del pubblico. Ho avuto l’impressione che si possa fare lo stesso paragone tra i media francesi e quelli italiani
  3. agli italiani piace la polemica, piace parlare, piace parlarsi addosso e parlare addosso agli altri. E quindi su ogni singolo mezzo d’informazione si trasforma in un salotto in cui tutti, dall’intellettuale all’ultimo buzzurro di periferia, urlano la loro opinione a riguardo di fatti su cui, la maggior parte delle volte, non si sono informati affatto abbastanza. L’importante è fare rumore, fare a chi si indigna di più e dimenticare tutto una settimana più tardi. Ragà: che due coglioni, davvero.

Accade, poi, sul fronte personale, che finisco al pronto soccorso per la terza volta in due mesi: anche di questo non se ne può più. Nulla di grave nessuna delle tre volte (oddio, forse la seconda non è stata proprio liscia liscia): prima un’otite, poi una reazione allergica, poi un dente rotto. Poiché ho la grande fortuna di essere una persona tendenzialmente sana, vivo benissimo questi cedimenti strutturali, all’urlo di “È UN OLTRAGGIO, CORPO! COME OSI?!”
Reazioni mature a parte, ora (per ora?) sto bene.
Epperfortuna che c’è la Carte Vitale.

Accade ancora che due giovani volontarie vengano rapite: primo girone di latrati italici su “che cosa ci facevano in Siria”. Vengono quindi rilasciate: girone di ritorno di meschinità varie (“Togliete internet a Gasparri” parte seconda). Ho cercato di evitare di entrare nella cosa per riuscire ad essere solamente sollevata al ritorno delle due ragazze, ce l’ho fatta in modo parziale. L’altro giorno uno dei miei contatti su Facebook, apparentemente insospettabile, ha condiviso un articolo indecente di Imolaoggi sulle due ragazze, vincendo una sfanculata e regalandomi la non serena convinzione che non solo la gente è scema, ma è pure malvagia, alla faccia di Rousseau.
La settimana prima tutti Charlie, dopo tutti il Papa che protegge l’onore di mammà (“Che bravo il Papa”, “Che buono il Papa”, “Come parla bene alla gente il Papa”, oh, io sto diventando peggio di Don Zauker), poi tutti a partecipare al Dagli alla volontaria (e se fossero state due suore, questa montagna di fango che si sono viste versare addosso l’avrebbero ugualmente subita?), e i muSSulmani asasini #ealloraimaro e indignamoci tutti quanti per qualcosa a caso che ci scorderemo la prossima settimana, francamente:
Ragà: che due coglioni, davvero (e due).

Poi saranno ancora successe un sacco di cose, sono sicura, ma ora torno all’elenco delle cose mangiate oltreoceano che i gamberetti fritti mi fanno meno male al fegato che leggere i quotidiani online e i commenti agli stessi.
Tante care cose.

 


 

(*)”A l’è na storia bela ch’al fa piasï cuntela, vëti che t’la cunta?”

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