Impressioni di un dicembre estivo – Brasile vol. VI

bambini: la mia trasformazione in una strega di Dahl

Con i bambini avevo un rapporto migliore prima di arrivare ad un’età in cui potrei averli con responsabilità.
Non so se a questo abbia contribuito l’incremento nel numero di viaggi fatti: tra i compagni di viaggio molesti i bambini stanno assolutamente in cima alla lista. Non so se sia dovuto alla sindrome di Peter Pan che non ho avuto prima dei ventisei anni e che pare essere un corollario del lavoro che faccio.
Non so se è per il fatto che ho una vita stabile come una lippa.
Non so, davvero, non so.


I bambini mi sono sempre piaciuti.
Prima.
Ora li trovo impegnativi fino ai quattro anni e mediamente antipatici dai quattro anni in là.
Mia madre ha detto più volte, in mia presenza, che “una donna, ad un certo punto, si sente dentro il desiderio di un figlio”.
Io credo di avere qualcosa di rotto, perché non ho dentro di me alcun desiderio di maternità, solo terrore nero.
E anche se poi, nella vita realte al di là delle mie elucubrazioni, ogni volta che qualcuno mi rifila in braccio un pargolo poi me lo devono togliere con il piede di porco, temo che ora che ho l’età di avere un figlio (forse sono pure un po’ oltre) in piena coscienza, come vorrebbe Jodorowsky, l’unico modo di averlo davvero sia per caso fortuito e incoscienza.
Per tranquillizzare chi conosce questo lato di me: sono sempre la stessa persona che al primo appuntamento chiede “Cosa vuoi da me? E se vuoi una storia seria, sappi che voglio una famiglia: se non ti interessa non se ne fa niente. Così, per avvertirti.”

Sì che l’ho fatto davvero.
Più volte.
Non voglio perdere tempo a costruire un rapporto che non mi permette di fare quel che voglio (seeh, i compromessi, la dedizione, l’amour – STOCAZZO: se non andiamo nella stessa direzione stiamo perdendo tempo in due).

In ogni caso, sarà la sovraesposizione agli amici accoppiati-con-figli, la home di Facebook che restituisce solo foto di marmocchi, la pubblicità che Youtube pensa sia giusta per me (test di gravidanza! test di ovulazione! pannolini! voglio morire!), ultimamente sono un po’ allergica agli esseri umani al di sotto dei vent’anni.
Il che ci riporta in Brasile: l’autoctono che ci ha sopportati e portati a spasso costantemente ha due bambini, di circa tre e sei anni.
Il primo impatto tra me e questi bambini è stato che non mi volevano in auto perché non mi avevano mai visto e dopo dieci minuti hanno iniziato a protestare perché parlavo inglese e loro non capivano, quindi esigevano a svariati decibel che parlassimo in portoghese.
Perfetto.
(Non che non li capissi).
Ho pensato che con dei bambini così piccoli non fosse tuttavia necessario parlare, potevo comunicare a gesti. O disegnare (ha sempre funzionato).
Ogni mio tentativo in quella direzione è stato sbeffeggiato dalla bambina più grande, sbeffeggio ripetuto in coro dal più piccolo.
Ad un certo punto abbiamo fatto una gara di pernacchie (“Proviamo così, i versi sono universali”) alla fine della quale hanno canterellato per mezz’ora “Ela naõ sabe! Ela naõ sabe!” (lei non sa/lei non sa farlo).
La bambina più grande ha preso l’abitudine di battermi sulla spalla mentre stavo seduta sul sedile davanti in macchina, incolpando Il Russo che era seduto dietro con loro. Una battuta sulla spalla ogni trenta secondi – a cui doveva seguire la scena di me che mi voltavo e chiedevo chi fosse stato, lei diceva “Ele!”. Purtroppo per me stavamo in auto una media di mezz’ora/tre quarti d’ora.
Essendo bambini poco portati alla contemplazione, non era davvero possibile disegnare qualcosa per loro sperando di entrare in comunicazione con le figure.
Zero.
Dopo un po’ ho rinunciato a cercare di fare quella che gioca con i bambini e sono passata ad ignorarli. Credo sia stata la prima volta nella mia vita in cui mi è successo.
Mi sono sentita un po’ in colpa: è normale trovare che dei bambini piccoli siano pesantucci da sopportare? Non sono tutti carini e coccolosi come ho sempre pensato?
Forse sono solo io che ho i nervi un po’ scoperti ultimamente.
Il giorno del mio compleanno il bambino più piccolo ha dichiarato che, poiché non avrei capito “Tanti auguri a te” in portoghese, me l’avrebbe cantata in un’altra lingua. Così mi ha cantato un ‘tanti auguri a te’ nel suo linguaggio inventato (segue commozione).

Forse, alla fine, hanno fatto più sforzi loro per comunicare con me di quanti ne abbia fatti io.

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