Impressioni di un dicembre estivo – Brasile vol. VII

spiaggia medley

Ho accumulato un ritardo mostruoso. Non so neanche bene come: fondamentalmente ho una vita che va a giri estremamente più bassi rispetto a quella che vivevo nel Nordest, eppure arrivo alla fine della giornata che dovrei ancora studiare francese (il corso  finito all’inizio di dicembre, ricomincia a fine marzo e io non ho ripassato NULLA), preparare il bento, leggere tantissimo, ripromettermi di andare in piscina, lavare i piatti per la terza volta nella giornata (credo sia l’attività a cui mi dedico maggiormente, voglio una lavastoviglie, la voglio), ricordarmi che sono mesi che non vado al cinema, struccarmi e cercare di spegnere la luce ad un’ora che mi permetta di provare almeno ad alzarmi il mattino dopo.
Forse  perché vivo sola: quando convivevo almeno la parte “piatti” era presa in carico dall’altra metà della coppia, con il tacito accordo che io avevo già cucinato, e quindi. (Lui amava sottolineare che lo relegavo al ruolo di sguattero.) (Non che avesse tutti i torti, povero.)
Forse dovrei smettere di truccarmi. O di mangiare.
In ogni caso, siamo a marzo, io non ho ancora studiato le coniugazioni e ho già preonotato prossimo viaggio senza aver finito l’epopea di quello precedente.
Complimentoni.
Ecco, magari se non scrivessi seimila parole a volta farei prima.
Alè, via.

Nell’elenco delle cose di cui trattare figurano ancora TROPPE cose.
Facciamo un medley: in questa puntata le spiagge, le attività pseudo sportive e quelle culturali.
Le spiagge di Maceió e zone limitrofe sono note per la loro bellezza. Sono distese di morbida sabbia e palmizi, battute da onde lunghe, piene di ragazzini che fanno acrobazie sul bagnasciuga e surfisti. Io chissà cosa m’immaginavo del Brasile, fatto sta che credevo che avrei passeggiato lungo spiagge lunghissime e selvagge: no. Sono splendide, ma altamente antropizzate. C’è un bar ogni cinquecento metri, se va bene, sennò ogni cinque. Nelle zone meno turistiche tra un bar e l’altro c’è una probabilità non nulla di imbattersi in uno sbocco di acque nere. Le spiagge sono piene di gente che cerca di venderti qualcosa. Oltre ai bar e ai ristoranti, si presentano implacabili al tuo ombrellone (non ho visto nessuno stare su un asciugamano per terra) venditori ambulanti di: cocco verde, cocktail di ananas, anacardi tostati, uova di quaglia, gamberetti bolliti, pesciolini fritti, formaggio arrostito sul posto (da bambini recanti seco una specie di secchiello pieno di carboni), tatuaggi all’henné (cosa che ha stupito molto Il Russo), treccine, copricostumi, magliette, CD sospetto taroccatissimi.
Oltre ai bambini che vanno in giro a vendere formaggio arrosto, l’altra cosa che mi ha un po’ sconvolto delle spiagge è il numero di mendicanti, altissimo. I nostri accompagnatori autoctoni non ci facevano molto caso, io ero abbastanza a disagio (vedi sempre alla voce: lo shock culturale).

Tra i turisti, era possibile vedere due scemi in muta: noi. C’è l’oceano, c’è il tropico, c’è la barriera, che fai, non vai a fare apnea snorkeling? Ma certo.
La barriera  molto più limacciosa di quanto credessi. Ci sono davvero i pesciolini di Nemo (sono minuscoli! sono bellissimi! se stai fermo vengono a morderti!), ma la visibilità era sempre abbastanza phail. Le mie avventure acquatiche (sottomarine) non sono state fantastiche: tra la riva e la barriera – a cento-duecento metri da riva – filavano spesso motoscafi terrorizzandomi (troppa immaginazione: già mi vedo affettata come un cacciatorino) e la muta che avevo era sottile, ma non abbastanza, aumentando la sensazione cotechino.

Rimango sempre molto perplessa quando mi imbatto nel luogo comune che le femmine abbiano sempre freddo e i piedi gelati: io ho quasi sempre caldo. In più, emetto calore, pare che dormirmi accanto d’estate sia poco piacevole. Nell’acqua a 26°C, ben avvolta in qualche millimetro di neoprene, la mia esotermia si è rivelata una fregatura mostruosa.
Durante la prima immersione piovigginava e il cielo era nuvoloso, non vedevo granché ma la temperatura era accettabile. Durante la seconda credevo sarei bollita viva come un’aragosta. Ho resistito venti minuti. Quindi ho detto addio ai pescetti colorati e ho deciso che con la muta avevo chiuso. In più avevo anche fastidio ad un orecchio, ma questa  un’altra disgrazia.
C’era però sempre l’oceano, e quindi abbiamo cercato di sfruttarlo.
Ho dunque provato a:

  1. annegare, sottovalutando il fatto che l’Atlantico non è il mar Tirreno e che la risacca non  un’opinione. Ho fallito in questo mio tentativo, ma facendomi buttare sott’acqua dalle onde ho guadagnato svariate abrasioni contro la sabbia (peeling!);
  2. surfare con una vera tavola da surf, fallendo miseramente nel cercare di cavalcare l’onda a bracciate: scivolavo mestamente giù dalla tavola a causa della maglietta una lycra, sguish!, tipo saponetta. Le cose sono migliorate quando Il Russo ha deciso che si sarebbe occupato lui della spinta mentre io dovevo solo provare a farmi portare avanti sulla cresta. Ha funzionato abbastanza. Dopo mezz’ora di tentativi sono uscita dall’acqua, leopardata dai lividi causati dalle pinne della tavola (“Lasciala!” “Ma poi mi arriva in testa!”) e con le ginocchia sanguinanti (la risacca…). Il Russo ha commentato “Ferite di guerra”;
  3. surfare con un body board (pronuncia: “boadi bordji”) e delle pinnette corte. Questo mi ha dato grande soddisfazione, finché stavo in acqua: ho preso un casino di onde (sei…) e filavo sulla cresta delle onde come un’agile leonessa marina. Arrivata a riva, al momento di rientrare in acqua per dirigermi verso il largo, sembravo tale e quale l’agile leonessa marina di cui sopra sulla terraferma: una maldestra e sfortunata creatura che ondeggia inciampandosi nei suoi stessi piedi (pinnette maledette). Quando non lo perdevo, il body board si metteva di traverso e mi rispediva sei metri indietro. Ho passato più tempo a cercare di rientrare in acqua e a non soccombere sotto le onde che a surfare. Vabe’. È stato divertente lo stesso.

Nei momenti in cui non cercavo di annegarmi e non mi ingozzavo, siamo riusciti ad andare un po’ in giro per il centro di Maceió. Per arrivare dal lungomare al centro abbiamo chiesto che autobus prendere agli autoctoni, dimostrando una rara scaltrezza: ottima scelta chiedere a della gente che si sposta in auto da dieci anni come muoversi con i mezzi pubblici.
Infatti abbiamo preso un autobus che in una sola ora e un quarto ci ha fatto fare il tour completo dei quartieri popolari. A quel punto, e solo a quel punto, dopo l’esaustivo tour turistico, ci ha portato in centro. Il centro, per la cronaca, distava cinque chilometri dal nostro appartamento. In autobus ne avremo fatti almeno il doppio. In ogni caso, un giro turistico atipico per ottanta centesimi di euro a me non è sembrato male. Il Russo, seduto sul sedile accanto, ha passato un’ora e un quarto a maledire il suo amico e se stesso per avergli dato retta.
Arrivati, abbiamo visto la cattedrale, inserendoci perfettamente nel gruppo degli europei che vanno in giro e dicono “Boh, vabbe’, tutto qua? La chiesetta di __________ [inserisci nome di paese random di tre case]  molto più bella e più antica“, e quindi un museo di antropologia e folclore (Museu Théo Brandão), il quale è pieno di bellissimi e misteriosi oggetti per i quali non c’è una sola etichetta che spieghi cosa siano.

[Lo scorso weekend sono andata ad una mostra nella mia città natale: non c’erano le etichette esplicative neanche lì. Si vede che non si usano più.]

Dopo il museo, dopo aver girovagato un po’ nel mercato del centro città, dopo aver visto le uniche cinque librerie di Maceió, dopo esserci imbattuti in un predicatore che intimava di avvicinarci che Gesù ci ama, Alleluia!, abbiamo preso un altro autobus che ci riportasse sulla nostra spiaggia, possibilmente senza circumnavigare la città tutta.

Tornati nel nostro habitat, abbiamo, ovviamente, bevuto una birra mangiando gamberetti, brindando al vecchio mondo e alla fine delle nostre attività culturali.

Ma che ci frega a noi dell’etnologia, dopotutto, qua ci sono le scimmiette.

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