prove tecniche di bontà

di ulteriori miserrimi fallimenti nel campo dei buoni propositi e scorte di antizanzare

Pare che la madre di mia madre, la nonna che non ho praticamente conosciuto e della quale ho ereditato le mani,fosse una persona buona. Buonissima. Al limite del naïve.
È morta che io avevo due anni e di lei non ho che un ricordo istantaneo che ripasso, a volte, per non perderlo.
Per mia madre, mia nonna è il paradigma della bontà. In ogni caso non è un’idealizzazione sua, il buon cuore di mia nonna è una caratteristica universalmente riconosciuta.

“Essere buoni” è una cosa a cui mia madre tiene molto. Io, molto meno.
Una delle critiche più frequenti che mia madre mi rivolge, a parte il fatto di indossare a) scaldamuscoli b) vestiti trasparenti c) felpe su vestiti (i miei: “Ma mamma, sono sportivi! Ho trent’anni!” non sortiscono effetti), è il fatto di “non essere buona”.

“Io sono più buona di te”, dice.

Può essere vero. Anzi, probabimente lo è.
E capisco anche perché le sembri una caratteristica ammirevole: io stessa trovo l’intransigente onestà di mia madre un ideale quasi sacro a cui tendere.
Aspiro ad essere onesta, gentile senza secondi fini, aperta e non giudicante, ma non necessariamente buona. Credo sia perché le persone che conosco che si sono definite “buone” in mia presenza sono, o si sono poi rivelate, dei furbi nel migliore dei casi, degli psicotici approfittatori nel peggiore.
Ergo, troverei molto presuntuoso da parte mia dirmi “buona”: sicuramente ho fatto cose che non sono “buone”, ma per niente, e ho pensieri che non sono affatto “buoni”. Quindi no, non sono buona. A volte posso fare cose “buone”. A volte no.

Tuttavia, come il maldestro marito in un libro che ho letto anni fa (e che all’epoca mi parve ributtante), cerco di migliorarmi, se non verso la bontà, verso l’essere una persona migliore di me stessa, passata e presente, e di chi si definisce “buono” (ecco la mia presunzione, ma ne sono perfettamente conscia).

Non sempre ci riesco.

Tipo.
L’altro giorno (*) mi ho fatto una cosa che mi ero ripromessa di non fare: parlare male di gente con cui ho avuto, eufemisticamente, (gesto delle virgolette) qualche problema, con una persona che non solo non c’entra nulla, ma conosce questa gente ed è pure in buoni rapporti con loro. Ora, visto che non abbiamo più cinque anni, il “non ti faccio più amico se fai ancora amico Giuseppe [N.d.P. nome di fantasia], che mi ha tirato i capelli” non regge più. Sono io che ho avuto (gesto delle virgolette) qualche problema con ‘sti qua, mica ‘sto povero cristo dell’amico comune.
Quindi, mi pento e mi dolgo della cosa. Scusa, amico comune. Non ne puoi nulla.
Nonostante questo, c’è una parte di me che è ancora furente per una storia di ormai più di sei anni fa e che mormora alla mia parte zen cose molto spiacevoli a riguardo.
Cito ancora mia madre: “Sei rancorosa” (replica piccata tipica: “OK, ma almeno io non sono litigiosa”).
Visto che un paio di volte mi è pure venuta voglia di scrivere qua sopra una cosa che è successa sei-cazzo-di-anni-fa (non si può, davvero), c’è ancora molto da lavorare verso il nirvana.
Ci sarebbe da imparare a lasciar andare le cose.

Che, tra l’altro, ad aspettare sulla riva del fiume c’è umido e zanzare.


(*) al di fuori del Piemonte: due settimane fa

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