Impressioni di un dicembre estivo – Brasile vol. IX

ultimo appuntamento: cose accadute intorno ai trent’anni

Due giorni prima del mio compleanno sono andata a pescare le aragoste di notte.
Il Russo ha un’idea originale degli appuntamenti romantici.

E così: la mia penultima serata da ventenne l’ho passata a mollo tra gli scogli, sotto la luna piena, con un sacchetto da pesca pieno di crostacei.
Che non ho pescato io.
Ovviamente.
Essendo un’onnivora ipocrita, non mi facci problemi a mangiare altri animali, e neppure a prepararli, ma devono essermi consegnati già deceduti. L’idea di cacciare mi riempie di orrore, l’idea di pescare con il fucile uguale, la pesca di superficie mi farebbe piangere pensando all’asfissia ittica e mi sento ancora in colpa per quella volta in cui a Cagliari ho comprato un polpo scoprendolo ancora vivo una volta arrivata a casa, e così l’ho infilato in freezer cercando di convincermi che l’assideramento sia una morte dolce. Mi sento ancora molto in colpa.

[per fortuna questo blog non ha molti lettori, altrimenti sai il flame animalista]

Quella sera siamo andati a pescare, io e Il Russo attrezzati e addobbati come dei Navy SEAL, e due pescatori locali, padre e figlio, in bermuda e galosce. Loro hanno preso due secchi di crostacei, noi zero. Giusto per sottolineare una volta in più che fa più l’esperienza che l’attrezzatura.
Io comunque ero partita convinta di provare, almeno, a pescare. Ma quando uno dei due pescatori ha tirato su un’aragosta e io ho visto quest’affare pieno di zampe che fischiava, ho deciso seduta stante che COL CAVOLO che avrei toccato una bestia simile. Belle nell’acquario, belle da guardare, ma io non le tocco.
Pensavo di essere un po’ meno principessa sul pisello, e invece.
Così ho passato la serata a fare lo scudiero ai pescatori. Il pescatore padre mi ha preso sotto la sua ala e mi ha affidato il sacchetto da pesca, controllando che stessi bene, che nuotassi vicino a lui, che mi aggrappassi alla barca nell’acqua alta, che le onde non mi tirassero sotto. Ad un certo punto mi sono trovata nell’acqua nera, sotto la luna piena, a cinquecento metri dalla costa, con le onde che arrivavano da ogni parte e mi sono resa conto che non avevo paura. Questo mi ha un po’ stupito.
È stato un momento molto poetico.

Ha quasi bilanciato il momento in cui un granchio mi si è arrampicato sulla schiena nel buio e io mi sono messa a squittire a 120 dB, perdendo ogni dignità.

Mentre tornavamo a riva ho iniziato ad avere fastidio ad un orecchio. Molto. Il fastidio era lì da un po’ di giorni, ma quella sera è esploso. Penso: non è niente.
Il mattino dopo mi sveglio e sono sorda da un orecchio.
Ho pensato: non è un’otite, perché il timpano è a posto. Sarà una specie di brufolo. Un’infiammazione. Causata da un batterio. Oppure una bestia schifosa mi ha fatto il nido nel dotto uditivo. MAGARI HA FATTO ANCHE LE UOVA. OHMIODDIO, RUSSO, PRESTO, GUARDAMI SE HO DELLE CHELE NELL’ORECCHIO.
Il Russo guarda, dice che non si vede niente ma che comunque è sicuro che non ho paguri nelle orecchie e che posso stare tranquilla. So che non si fa, ma prendo un antidolorifico. Quella sera va meglio andiamo a sentire un concerto, poi pacchiamo tutti quanti, ciao a tutti buona serata tante care cose, e torniamo a casa a brindare ai miei trent’anni, che nel frattempo s’è fatta mezzanotte.
Il giorno del mio compleanno mi sveglio felice, l’orecchio non fa particolarmente male e noi stiamo andando a vedere le scimmiette. Yeah.
Verso sera la situazione peggiora, mi fa male anche masticare. Vado a dormire. Il giorno dopo abbiamo organizzato un barbecue, che bello: per la prima volta in vita mia posso fare un barbecue il giorno del mio compleanno.
Mi sveglio.
Non sento niente dall’orecchio sinistro.
Fa malissimo e sono molto preoccupata.
Finalmente rinsavisco e decido che è il caso di farmi vedere da un medico.
Ovviamente, è domenica mattina.
Ovviamente, stanno ancora dormendo tutti.
Dopo un’ora di messaggi mandati e lasciati in segreterie telefoniche, l’Autoctono di riferimento ci passa a prendere e ci porta in un pronto soccorso privato, dove mi fanno lasciare una cauzione preventiva di 700 real. Mi piazzano in sala d’aspetto, dove su una parete campeggia un plasma da un numero illegale di pollici. Osservo basita un cuoco francese fare gli spaghetti pressandoli nella pentola con una tecnica che non ho mai visto in vita mia. Disapprovo. Il Russo e l’Autoctono ridono.
Finalmente mi visitano. C’è un’infezione, prendi questo antibiotico che ti segno, sono 395 real, arrivederci.
Mi calo l’antibiotico e andiamo al barbecue. Sono sempre sorda e mi sento malatissima.
Passo tre ore in una specie di limbo in cui la gente mi parla e io sento solo un rimbombo, vorrei unicamente infilarmi in un letto ed essere lasciata in pace. Le persone attorno a me sono carine e amichevoli, provano a coinvolgermi, mi parlano in un misto di portoghese e inglese cercando di farsi capire e a me sembra di avere mezza testa avvolta nel cotone idrofilo e ogni tentativo di comprendere cosa mi stanno dicendo mi affatica. Finalmente decido che posso prendere un’aspirina, almeno per il dolore. Miracolo! Finalmente posso provare ad interagire senza avere mezza faccia paralizzata! Sono sempre sorda ma le cose vanno meglio. Inizio finalmente a rispondere.
Ed è a questo punto che entro nel tunnel del surreale.
E’ stato fantastico.
C’è una signora che mi racconta di suo figlio maggiore che è in Australia, mentre il secondo è al barbecue con sua moglie. Lei avrà cinquant’anni, suo figlio è sicuramente più giovane di me e la moglie ne avrà ventuno. La moglie giovane mi dice che l’Italia è il suo sogno, che lei parla un po’ italiano, lo sta studiando, ma ha “una pronuncia piccola”. E’ molto preoccupata da questa cosa. Cerco di rassicurarla, le dico che la pronuncia non è così importante. Lei mi dice che le piace tanto Dante Alighieri (nome e cognome).
“Ah! Dante Alighieri è l’amore mio!” (grassetto suo, si sentiva proprio)
Il suo libro preferito è La vita nova. Non credo di conoscere più di cinque italiani che l’hanno letto, e questa ragazza dall’altra parte del mondo se l’è letto in spagnolo perché la traduzione in portoghese non c’è. Dice di voler imparare l’italiano per leggere Dante in originale. Cerco di spiegarle che l’italiano medioevale non lo parliamo più, ma la cosa non scalfisce il suo entusiasmo.
Per fortuna.
Arriva una donna che conosco di nome, perché è medico (psichiatra) e stamattina abbiamo scritto anche a lei – non sapevamo fosse una psichiatra e ci chiedevamo se non avesse per caso un otoscopio per guardare se davvero davvero non ci fossero crostacei nel mio orecchio.
E’ molto simpatica, chiacchieriamo, dice che il suo ragazzo, che non è brasiliano, sostiene che lei abbia un accento italiano, così mi chiede di insegnarle qualche parola.
Lei sa solo “vaffanculo!”, ma non è con questo che vorrebbe stupire il suo uomo.
“Dai”, mi dice, “insegnami a dire qualcosa di osé!”
Tipo?, faccio io.
“You’re so cool!”
Me la cavo con un “Sei proprio figo”, ma non basta.
“Ascolta”, mi fa, “dimmi come dire: you have a wonderful dick!”

OK. Sono a ottomila chilometri da casa mia, sono in mezzo alla foresta in una specie di villa milionaria, ci sono le raganelle nel bagno e ragni grossi come pugni, ho l’otite, sono sotto antibiotico e davanti a me c’è una donna deliziosa che mi chiede come dire al suo ragazzo, in italiano, che ha un gran bel pisello.

“Digli: hai un uccello fantastico. Lo chiamiamo anche “cazzo” ma è troppo volgare. Dai, prova”
“Ai un ucccielo fantastìco!”
“Perfetto!”

Non so come sia poi andata, ma mi piace pensare che, anche grazie al mio insegnamento, si siano divertiti.

L’ultima avventura brasileira – sarei partita il giorno dopo – l’ho vissuta al volante di una FIAT Siena. Il barbecue volgeva al termine. Il Russo e l’Autoctono si erano lanciati in una discussione alcolica. Ora: Il Russo ha una prevedibile resistenza alcolica da cavallo del Neva, se uno si lascia prendere la mano e, travolto dall’entusiasmo e rassicurato dall’apparente sobrietà pietroburghese, non fa attenzione a bere la metà di quello che riesce a bere lui, finisce sicuramente male.
Parlo per esperienza.
L’Autoctono lo conosce da più tempo di me, ma quella sera deve aver dimenticato la prudenza. Forse è la sicurezza che l’ha fregato.
La moglie dell’Autoctono li guarda, mi guarda, mi molla in mano le chiavi della macchina e mi dice: “Sono ubriachi, guida tu per tornare a casa”
BENISSIMO.
Il Russo tra i due è quello messo meglio, si offre di guidare ma declino l’offerta. L’Autoctono si piazza sui sedili posteriori. Tempo dieci secondi ed è collassato.
Io guido a fari accesi nella notte, spengo l’auto solo due volte. Per fortuna l’auto non ha il cambio automatico.
“Autoctono, è qua che dobbiamo girare?”
“…”
“Autoctono?”
“…”
“OHI?!”
“Snort”
“Oh, giriamo, mi pare sia di qua. Quest’auto ha un acceleratore strano…”
“E’ UN’AUTO NORMALISSIMA”
“Allora sei vivo! Giriamo, allora?”
“…”
Schiantato duro. Non c’è stato verso di svegliarlo finché non lo abbiamo abbandonato davanti al garage.

Il giorno dopo sono ritornata in Europa, alla mia vita in Francia, al mio miniappartamento e al mio medico.
L’otite non mi è passata con l’antibiotico brasiliano. Il mio medico mi ha prescritto altri farmaci. Così sono finita in pronto soccorso per la seconda volta in un mese per reazione allergica, ma questa è un’altra storia.

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