non importa, sai, c’avevo danza

a sorpresa, un post letterario

È un tot che non vado al cinema, dopo l’overdose dell’anno scorso. Poco tempo: ho ricominciato danza.

È un tot che non scrivo sul blog. Poco tempo: avevo il saggio di danza.

Giuro.

Due settimane di prove, una roba che neanche il Bol’šoj. Una roba che ho iniziato questo post due settimane fa e ho tempo solo adesso. Una roba che, sì, nel frattempo ho fatto lo spettacolo, dopo due settimane di prove praticamente ogni sera, ma poi ho dovuto preparare una presentazione per una conferenza, cosa che mi ha causato ansia prima, durante e dopo, e ora, come strascico, ho un po’ più la certezza di essere stupida come un sasso e ignorante come una capra.

Uscire da una conferenza sui materiali con il DPTS non è da tutti.

Dicevo, è tanto che non vado al cinema. Le ultime cose degne di nota che ho visto sono state A girl at my door (July Jung) e Respire (Mélanie Laurent). Cattivissimi e crudeli entrambi. Lieto fine hollywoodiano non pervenuto. Se mai uscissero in Italia, guardateli. Se sono già usciti, abbiate pazienza e se vi va procurateveli in modi più o meno legali.

Tuttavia, per distrarmi dalla vita e per illudermi di non essere così capra nel lavoro, nel francese e nella danza (non avendo mai fatto danza prima sguazzo nel senso di inferiorità pure lì), leggo.
Ché almeno quello ho imparato a farlo a sei anni e ormai posso vantare un’esperienza decennale.

Da gennaio ad oggi, oltre a cose che verranno inserite in un altro post dedicato e in cui dimostrerò una volta di più di arrivare fuori tempo massimo in molteplici campi, mi sono dilettata in vario modo.
Ecco qua.

Corpo a corpo, Gabriela Wiener

Gabriela Wiener si è infilata in una serie di situazioni tra l’assurdo e il paradossale per poterci scrivere su articoli. Alcune cose non le farei, altre mi hanno fatto pensare che quasi quasi potrei mettermi lì a fare la giornalista gonza pure io.
Cose che magari anche sì: un giro nell’ambiente BDSM,  un salto nelle carceri, provare l’ayahuasca.
Cose che magari anche no: andare a fare un servizio dall’altro lato del mondo mentre allatto (ho paura della mastite), un’intervista ad un guru poligamo, finire in un locale di scambisti e fare sesso con uno che non mi piace perché a mio marito, invece, piace sua moglie.
Va bene il sacrificio per la causa e l’amore coniugale, ma anche no.

L’orso che venne dalla montagna, William Kotzwinkle

Libro prestato dallo stesso amico che mi ha prestato anche il precedente, è una favola satirica ambientata nell’editoria ammerigana degli anni ’80 in cui un orso ruba un manoscritto e diventa il nuovo Hemingway. L’ambientazione ha fatto purtroppo invecchiare il romanzo molto velocemente, ma rimane comunque divertente, specie nel linguaggio e nel personaggio dell’orso. I personaggi montagnini mi hanno ricordato molto quelli di Li’l Abner, cosa che potrebbe deliziare l’amico prestalibri.
Carino e gradevole per distrarsi un po’ e accalappiare la vostra vicina di posto in aereo, che sfoggia Le Confessioni di Agostino d’Ippona ma vi sta chiaramente invidiando l’orso (true story).

Romanzetto lumpen, Roberto Bolaño

Se non fosse per mio zio che me li regala, certi libri non li considererei neanche per sbaglio. Lamentavo giusto poco tempo fa una recente incapacità nel comprare libri poiché me la tiro non c’è niente che mi ispira.
Un Adelphi giallo da 119 pagine.
Sono almeno 400 in meno di quel che amo leggere negli ultimi tempi.
SOLO MATTONI PER ME, GRAZIE.
Per fortuna che c’è mio zio che mi fa conoscere Bolaño e mi fa venire voglia di leggere tutto quel che ha scritto. C’è una ragazza che dice di essere stata una delinquente, e per le 118 pagine seguenti che grondano nichilismo e una certa dose di autoconservazione cerchi di capire di che delinquenza stia mai parlando.
Una mezz’ora ben spesa.

Siamo buoni se siamo buoni, Paolo Nori

Amo Paolo Nori da almeno quindici anni. Per un periodo ho smesso di leggerlo, perché ero stufa di leggere l’ennesimo libro su di lui che scrive un libro e ricorda di quando è andato in Unione Sovietica. Nel frattempo la voglia mi è tornata. Lui, lui scrive sempre libri su di lui che scrive libri, ha scritto libri o pubblica libri, mentre ricorda com’era l’Unione Sovietica.
Non molto vario, Paolo Nori.
Però se esci dall’idea che un romanzo debba avere una trama inizio-svolgimento-fine come i temi alle elementari, riesci ad apprezzare Nori per essere uno che sa scrivere cose che gli altri pensano ma non dicono.
E pazienza, mica è l’unico che scrive sempre lo stesso libro. Per dire, tra Nori e Franzen, Nori per sempre.

Fantasie-sarabande, Héléna Marienské

Edito in Italia con il titolo di Libere, ho letto questo libro dopo che La Giovane Libraia ne aveva parlato qui.
Sì, boh, meh.
Sarà che il francese ancora non lo capisco benissimo, ma non mi ha sconvolto. Lo stile è piacevole, la storia inverosimile, i personaggi molto estremizzati. Riesce a non essere volgare – o forse, ancora, sono io che non capisco il francese.
È stato un interessante esercizio che ha migliorato il mio vocabolario erotico.

L’invasione degli ultracorpi, Jack Finney

Non leggevo questo tipo di fantascienza da molti anni, credo dopo aver esaurito i libri di Bradbury di questo filone. Raro esempio di titolo italiano migliore dell’inglese (Invasion of the body snatchers), ti catapulta nella periferia statunitense degli anni ’50 con un certo stile e ironia. Del resto, quella è L’Ambientazione per eccellenza, per quel che mi riguarda, di questo tipo di fantascienza un po’ fanciullesca, un po’ sbruffona, un po’ sfigata e un po’ leggera.

La porta, Magda Szabó

Altro esempio del perché sarebbe meglio che i libri me li regalassero gli altri, perché da sola è chiaro che non ce la posso (più?) fare, a scegliermi un libro.
Mia madre ama Madga Szabó. Mi ha regalato La porta alla nostra ultima visita in libreria, dove, dopo un’ora e mezza, mi ha visto arrivare con l’ennesimo libro di Nori e l’unico libro di Bulgakov in italiano che non avevo ancora letto e deve aver avuto pietà della sua progenie ormai rincoglionita dalla scienza e dalla danza.
La porta è bellissimo. È una storia di un amore quasi filiale, che dimostra come siamo capaci di dilaniare i sentimenti e la vita delle persone che amiamo, anche e soprattutto quando siamo convinti di fare il loro bene.
“La Szabó ti scava dentro”, dice mia madre.
Io sono meno poetica, ma se non ho pianto come un vitello mentre lo leggevo, giurando a me stessa di essere una persona migliore e venendo travolta dalla prosa, è solo perché lo leggevo in metro andando a lavoro e non mi sembrava il caso.

Il grande Gatsby, Francis Scott Fitzgerald

Fitzgerald non me lo sono calcolato fino a quando, nel meraviglioso gruppo di lettura a cui andavo quando abitavo nell’est, qualcuno propose di leggere Tenera è la notte.
Lo lessi in inglese perché “tanto dopo Furore cosa vuoi che sia”.
Stolta.
È stato il libro più elegante e cesellato io abbia mai letto.
Io non lo so perché Fitzgerald passi per una lettura tipo Il piccolo principe, che lo leggono tutti ma I Veri Intellettuali sotto sotto – ma neanche troppo – lo disprezzano.
Fitzgerald era un dio della parola scritta.
E Il grande Gatsby non fa eccezione.

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