e restai in maniche di mutande a dunkerque

un altro post sul tono dovetemoriremalissimosubito

Avevo giusto pronto un post sulla nutrizione gallica (che comunque vi spammerò quanto prima).
Avrei potuto parlare di un paio di weekend fuori porta (Amsterdam, i castelli della Loira), oppure fare un post sulla città in cui vivo.
C’è sempre da finire, inoltre, il resoconto, lento ma inesorabile, del viaggio greco.
E invece sto qua con la carogna sulle spalle.

[Ah, mi sono abbondantemente scappate le vacche, quindi questo è un post ampiamente condito di turpiloquio.]

bambino dunkerchese in corsa, in linea con un post in cui di corsa si parla

bambino dunkerchese in corsa, che spero corresse per motivi diversi dai miei di lì a poco

Sabato pomeriggio ero su una panchina a Dunkerque, a mangiare un panino con un’amica. Tirava vento, il sole c’era e non c’era. Il panino era bello pesante, ma noi avevamo L’Antidoto sotto forma di frutta nel mio zaino.
Il mio zaino stava sulla panchina vicino a me.
Bello e colorato come solo uno zaino da skater regalatomi da un amico che non lo usava più può essere.

Così bello che
sento dei passi in corsa arrivare a sinistra
vedo una mano afferrare lo zaino e una faccia giovane sorridere
sono due, sono giovani, sono probabilmente francesi
sono vestiti meglio di me e gli zaini che hanno sulle spalle sono molto più costosi del mio

Penso sia uno scherzo.
Corrono.
Cazzo, non stanno scherzando, mi hanno scippato lo zaino.
Corro.
Cazzo, non gli sto dietro.
Il motivo lo so: è che tra cinque chilometri a nuoto e cinque chilometri di corsa io scelgo le branchie.
Però questi non stanno nuotando, questi sono dei maledetti animali terrestri e io non li prendo.
Anche perché urlo.
Non so in che lingua, credo di passare tutte le lingue che so – tre.
Non si fermano.
Non li ferma neanche nessun altro.
Dopo neanche trecento metri non ce la faccio più, sono in una via residenziale, non c’è nessuno attorno, solo una coppia ben vestita che cammina, non ce la faccio, mi fermo, li guardo, mi guardano,
ansimo: “Ils m’ont volé le sac a dos.”

Chiamano la polizia per me.
Io riprendo fiato, gli chiedo di aspettarmi, vado a recuperare la mia amica, che è anche lei piuttosto scossa e che ha chiesto, pure lei, di chiamare la polizia a qualcuno di un bar. Ha recuperato quel che avevamo sulla panchina.
Poteva andare peggio.
Per esempio, avrei potuto non aver tolto la Pentax e il cellulare dallo zaino.
Tuttavia dentro lo zaino sono rimasti gli occhiali. E il portafogli con tutti i documenti. E le chiavi di casa.
La polizia non arriva. Ci hanno detto di aspettare qua, non arriva.
Nel portafogli ci sono anche i bancomat, in Francia gira voce che in Belgio sia possibile usarli senza PIN, non so se sia vero ma cerco il numero per bloccare la carta.
Dopo dieci minuti trovo un numero.
Chiamo. Un euro e 34 alla risposta e 30 centesimi al minuto. Mi pregano di attendere in linea per dieci minuti, poi cade la linea. Poi di nuovo. Stacco al quinto minuto, chiamo i miei per chiedergli di fare la stessa cosa dall’Italia per il bancomat italiano. Riprovo a chiamare il numero, altri nove minuti di attesa, finalmente mi risponde uno. Che mi dice che sto chiamando il numero sbagliato, me ne dà un altro.
Esplodete.
Chiamo il nuovo numero, altra attesa, riesco a bloccare la carta francese.
Telefono l’agenzia immobiliare sperando che abbiano un doppione di chiavi. Segreteria telefonica, e non esiste ovviamente un numero per le emergenze.
Dopo tre quarti d’ora arriva la polizia, si fa ripetere tutto e finalmente permette alla coppia gentile di andarsene.
La polizia ci carica sulla volante e ci fa fare un giro, nel caso riconoscessimo qualcuno.

“Guardi, sono persone che non hanno bisogno di rubare a giudicare da come erano vestiti”
“Signorina, là” il poliziotto mi indica un signore sui quaranta con uno zainetto grigiastro che ha visto tempi migliori.
“No, guardi: questi erano giovani” – non so come dire ‘benestanti’ – “e belli”
“Il signore non era bello abbastanza?” – scherza il poliziotto – “Di dove sei?”
“Italiana, ma vivo qua” (chi ti ha dato il permesso di darmi del tu?)
“Studi?”
“No, lavoro”
“In un ristorante?”
Italiani: pasta, pizza e mandolino. Del resto come dargli torto quando diventa persino il tema dell’EXPO di Milano.

In commissariato descrivo lo zaino e lo tirano fuori da sotto il bancone, l’ha portato lì uno che l’ha trovato davanti al suo garage: è completamentamente vuoto, salvo per la frutta, ancora impacchettata nel sacchetto di carta.

Oh brutti stronzi.
Almeno aveste rubato per fame. Che a me dei settanta euro che avevo nel portafogli non me ne frega niente, ma del portachiavi a forma di alce che mi aveva regalato mio fratello da piccolo, sì.
Almeno quei soldi vi servissero per riempirvi la pancia, e invece siete solo delle carogne.
Potevate lasciare almeno i documenti.
E magari le chiavi, ché adesso non so come rientrare a casa.

Telefono a chi ha trovato lo zaino per chiedergli “Dove?” che magari lì vicino hanno lasciato cadere le chiavi. Mi risponde che mi chiama dopo che adesso è al cinema, e mette giù. Cerco di mantenere la calma. Gli scrivo un messaggio, dicendogli di darmi almeno l’indirizzo. Me lo dà e scrive che mi chiama dopo.
Controlliamo gli orari dei treni, aspettando la sua chiamata finiremmo per prendere l’ultimo treno alle 9, il che mi mette in difficoltà per la porta di casa, ma magari è importante rimanere.
All’indirizzo fornito dal signore non troviamo nulla.
Aspettiamo la chiamata, che arriva ed è perfettamente inutile.
Mantengo la calma, andiamo in stazione.
Passeggiamo lungo un viale, non conosco la città, non so se è una zona malfamata, da un cancello escono tre ragazzi, avranno circa la mia età. Mi irrigidisco, cammino e non li guardo, ma uno di loro con le mani sporche me le avvicina alla faccia, quasi a toccarmi e mi dice

“Tu es belle! Une caresse?”

Non so come dire “Infilati le mani su per il culo” in francese, oltretutto potrebbe anche non essere una buona idea, loro sono tre e noi due, quindi tiro dritto e cerco di non piangere.
Ce la faccio.
Manteniamo la calma.
In stazione ci chiediamo come aprire la porta di casa. Alla fine, presa dalla disperazione, chiamo la polizia. Un poliziotto gentile non mi sgrida per aver chiamato ad una linea per le urgenze e mi dice di chiamare la mia assicurazione sulla casa.
Chiamo l’assicurazione.
Rispondono subito.
Mi dicono che manderanno un fabbro a casa per quando arrivo.
E’ sabato sera e arriveremo alle dieci e mezza.
Il fabbro arriverà entro le undici.
Lo prendo come un miracolo e se non ho iniziato a credere in dio lì, mi sa che sono un caso disperato.
Con l’intervento di Santa Assicurazione e del Beato Fabbro, che ho potuto pagare con i Miracolosi Assegni (“Mi hanno rubato soldi e bancomat, le posso fare un bonifico” “Ehm, no, solo contanti o bancomat…” “Nel vostro paese che non è mai uscito dagli anni ’90 la banca mi ha fornito un blocchetto degli assegni, posso staccargliene uno?” “Sì” “Perfetto, gli assegni sono in casa, lei mi apre la porta e io la pago, letteralmente”) a mezzanotte di sabato siamo in casa.
Per la denuncia, che i poliziotti di Dunkerque mi hanno detto di fare nella città dove vivo, andremo domattina.

Domenica

La domenica la polizia è chiusa. Sì, lo so, anche noi abbiamo fatto quella faccia.

Lunedì

Il piano di battaglia è semplice:

  • andiamo in polizia a fare la denuncia
  • vado in banca sperando di riuscire a ritirare dei soldi con il passaporto
  • faccio una copia delle chiavi
  • vado a vedere se mi rifanno la tessera metro che aveva ancora un paio di abbonamenti sopra
  • vado a lavoro
  • andiamo a cena fuori per festeggiare la felice risoluzione di parte dei miei problemi

La polizia il lunedì è aperta, faccio denuncia, mi danno il numero del consolato da chiamare. Ce n’è uno pure in città! Non devo sbattermi fino a Parigi! Gioizza!
Vado in banca.

La banca è chiusa.

Eh, già, è lunedì: la banca è chiusa da sabato a mezzogiorno a martedì mattina.
Mi pare logico.
Controllo il sito del consolato: il consolato, qua, è chiuso – o forse rimane aperto un giorno a settimana, non si capisce bene. Telefonerò a quello parigino in giornata.
Niente soldi, niente chiavi, niente cena. Sì, lo so, posso chiedere alla mia amica, ma posso anche aspettare fino a domattina. Le mie scorte alimentari potrebbero farci passare indenni attraverso l’assedio di Leningrado, sopravvivere sopravviveremo.
L’unica cosa che riesco a fare è andare all’ufficio della metro. Lì mi rifanno senza problemi la tessera metro e posso andare a lavoro.
Chiamo il consolato. Il consolato è occupato.
Chiamo il consolato. Il consolato è occupato.
Chiamo il consolato. Il consolato è occupato.
Chiamo il consolato. Il consolato è occupato.
Chiamo il consolato. Il consolato è occupato.
[ad libitum]

martedì

Martedì a momenti non mi lavo neanche la faccia e alle otto e un quarto sono davanti alla banca.
La banca apre alle nove.
Martedì torno a casa venti minuti, faccio due scemenze e alle nove meno due sono davanti alla banca.
La banca si accontenta del mio passaporto e del verbale della polizia e mi elargisce dei (i miei) soldi.
Vado a comprare dei dolci per la colazione e sono felicissima.
Mentre scaldiamo il latte, chiamo il consolato. Il consolato non risponde.
Riprovo. Stessa storia.
Illuminazione della mia amica: è il due di giugno, festa della Repubblica Italiana, il consolato è chiuso.
Giusto.
Vado a lavoro. Controllo l’innavigabile sito del Consolato Generale d’Italia a Parigi. Dopo un’ora e un quarto di navigazione credo di aver capito che, poiché non sono iscritta all’AIRE (iscrizione obbligatoria solo dopo dodici mesi di permanenza all’estero, per cui ora la devo fare ma c’è un motivo per cui non l’ho fatta prima), i documenti devo tornare a farmeli in Italia.

mercoledì

Un mio collega, peraltro di origine italiana, mi chiede “Sei riuscita a rifare i documenti?”
“No, credo che sarà piuttosto lungo. Chiamo il consolato, ma è sempre occupato”
“Eh, per una volta che gli italiani lavorano!

So che non ci crederete, ma ce l’ho fatta a non saltargli alla gola. Non so come, ma non l’ho neanche mandato a fanculo. Piuttosto, gli ho spiegato che noi, in Italia, almeno abbiamo i commissariati aperti la domenica, noi. Che se dobbiamo fare qualcosa in banca il lunedì mattina, noi, che siamo dei lavativi mentre i nostri cugini d’oltralpe invece si spaccano la schiena, abbiamo la possibilità di andarci in banca e persino di trovarla aperta prima delle nove, a volte.
Fa una faccia strana.
Suppongo di aver parlato in modo abbastanza cortese, ma di averlo fatto con Lo Sguardo Della Morte™, quindi è possibile che l’abbia intimidito. Meglio.

Epilogo

Una mail del Consolato conferma: devo tornare in Italia per fare i documenti. Fino ad allora sopravvierò con il passaporto e la moto continuerà a stare ferma – che novità. L’allegra lotteria telefonica per bloccare la carta mi è costata una bolletta di 58 euro. Ora ho un nuovo portafogli fatto con un pezzo del rivestimento delle lance antincendio. Le carte arriveranno, prima o poi.
Poteva andare molto peggio, ma già così ho voglia di scavarmi una tana e non uscire più per qualche mese.

 

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