ah, che disgrazia, le questioni di stile

non di ombre nelle quali sparire, ma di racconti

Tra me e (almeno) un mio amico c’è una diatriba che va avanti ormai da anni: Houellebecq sì, Houellebecq no.
Lui è sì, io sono fortissimamente no.
Peraltro, giusto per avere opinioni non fondate, di Houellebecq non ho mai letto un libro. Ho letto qualche estratto, letto recensioni, visto l’orrendo film Le particelle elementari – un duro colpo per il mio piccolo cuore che batte per Bleibtreu.


Mi è bastato per classificarlo come scrittore di libri solennemente cagacazzi, narcisisti e paranoici. Stessa etichetta che ho attaccato ad altri libri – ché qua non siamo mica francofobi – tra cui Memorie dal sottosuolo, con buona pace di mia madre.
È che io a leggere gente che cerca in tutti i modi di farmi schifo mi annoio.
Mi ricordano quei bambini che alle elementari pur di farsi guardare dagli altri masticano i bruchi e poi fanno l’incidente in galleria (*).
“Guardami! Guarda come faccio schiiiiifo! Hiiiiiiii! Non ti provoco disgusto? Hiiiiii!”
Insomma, credo alla fin fine che la mia intolleranza non sia altro che un’applicazione puntuale della regola aurea sabauda :”Esageruma nen”.
Che bisogno c’è di fare gli esibizionisti.
Un minimo di eleganza, perdio.
Un’altra amica, che comunque ama il genere, mi ha confessato una volta di amare il fatto che questi libri siano sporchi, che le permettano di affondare le mani nella miseria umana.
Io mi metto i guanti per togliere i residui di cibo dal lavandino in cucina, figuriamoci se ho voglia di rimestare a mani nude le ancor più schifose miserie umane.
L’obiezione che mi viene mossa a questo punto è che voglio leggere di una realtà edulcorata.
No.
Vorrei solo un minimo di stile.
Per questo se voglio leggere che l’umanità fa schifo leggo Dorothy Parker e non Margaret Mazzantini.

questa foto vi è gentilmente offerta dalla mia mediateca, prima che sleghino i cani per il ritardo

questa foto vi è gentilmente offerta dalla mia mediateca, prima che sleghino i cani per il ritardo accumulato

I personaggi di Dorothy Parker sono quasi sempre cittadini, quasi sempre benestanti, quasi mai innocenti. Riporta spesso dialoghi tra coppie in cui esacerba l’incomunicabilità, le gelosie, gli egoismi. Giovani donne che cercano l’amore o il successo, giovani uomini vanitosi, signore borghesi che organizzano eventi di beneficenza, uomini di mezz’età che mantengono l’amante che non amano, così come non amano la moglie.
I personaggi di Parker pensano di esser buoni e generosi mentre lei, con eleganza e leggerezza, li ritrae in tutta la loro pochezza in brevi racconti sottili.
I dialoghi, le situazioni, le telefonate, si svolgono in una New York degli anni ruggenti, ma potrebbero essere traslati di novant’anni senza la minima revisione.
Sono conversazioni che sentiamo tutti i giorni. Tra gli amici, in treno, raccontate da terzi.
Spesso sono cose che diciamo o facciamo noi stessi.
La scrittura è semplice, immediata e ironica, partecipe quel tanto che basta per velare il tutto con un minimo di cinismo.
Se io devo leggere quancosa che mi racconti di quanto le persone siano misere e i rapporti vuoti, leggerò Dorothy Parker. Perché è qua, e non in Camus, che mi identifico con i personaggi e non con l’autore.

 


(*) ci si riferisce qua al giuoco del masticare qualcosa per poi spalancare la bocca mostrando orgogliosi agli astanti il boccone spappolato sulla lingua

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