the more I see the less I know (I say HEEEEEEEEY)

Cose sparse che imparo mentre sono presa a fare tetris di impegni e a tenere sotto controllo un disagio esistenziale sottocutaneo

Qua, anche se stiamo tutti bene, il clima è un po’ pesante. La gente non parla d’altro che degli attentati (tranne a lavoro, dove pare che tutto sia bellissimo e perfettissimo, non ho ancora capito se è per limitare l’ansia, per professionalità o perché gli scambi sociali tra francesi che non si conoscono bene debbano essere superficiali), anche se comunque il clima di psicosi collettiva è largamente più controllato che non in Italia.

Per cui vi rassicuro, anche se Studio Aperto vi sta dicendo che i francesi vivono barricati in casa, non è così. Anche se il vostro contatto leghista s’è riscoperto francofono per tradurre i deliri dell’imam di Brest, vi posso assicurare che i francesi musulmani continuano ad ascoltare musica, non hanno l’aria di volersi far esplodere e in generale sono scioccati tanto quanto tutti gli altri.
Comunque, nel caso, a me diventare scimmia va benissimo. Se posso scegliere, un macaco a mollo nell’acqua termale, ma anche un marmosetto mi va bene.

[che poi vorrei sapere quanti tra i suddetti contatti leghisti hanno avuto qualcosa da ridire quando Ferrara ha commentato che le Aquile del Metallo Mortale (cit.) volevano baciare nella bocca il dimonio – baciare NELLA bocca non lo diceva neanche mia nonna]

Comunque.
Non ho intenzione di commentare ulteriormente questa cosa.

Per cui, passiamo a cose più liete e sicuramente più importanti: le cose che ho imparato dagli altri immigrati.

CorsoDiFrancese merges LeLabò:
  1. I polacchi chiamano gli italiani “Włosi”, che ha la stessa radice di “capelli”, perché quando una Sforza si sposò il re di Polonia nel 1518 e si portò la corte dietro di sé, i polacchi, che portavano i capelli rasati, rimasero stupiti dalla capigliatura fluente dei nostri compatrioti. Praticamente, in polacco siamo ABBELLICAPELLI.
  2. I russi contano chiudendo le dita. La prima volta che ho visto Il Russo farlo gli ho detto “MA COME CONTI” (in caps lock) e lui ha risposto “[sospiro] Sì, lo so.”
  3. Sempre in tema di “contare con le dita”: i cinesi (di non so quale provincia, ora chiedo al mio dottorando) le aprono o le chiudono (è indifferente) fino a 5, partendo dal mignolo o dall’indice, poi contano da 6 a 10 con una mano sola. In un modo favoloso. Mentre tengono chiuse a pugno le altre dita: migliolo e pollice stesi per il 6, pollice, indice e medio uniti per il 7, indice e pollice stesi per l’8, un uncino con l’indice per dire 9, mano chiusa per il 10. Ho dovuto farmelo spiegare due volte.
  4. Il berbero è una lingua camito-semitica e suona come una cosa che purtroppo non potrò mai riprodurre con le mie corde vocali. Però non ditegli che suona come l’arabo, gli Imazighen sono molto suscettibili a riguardo.
  5. In romeno la polenta si chiama mămăligă, pronuncia (circa) “mameliga”. Questa cosa non dirà niente ai più, ma farà sorridere i piemontesi, chiamano il mais melia (da cui, le paste di meliga). Quando ho detto di questa consonanza alle ragazze moldave che mi avevano parlato della mămăligă, loro hanno concluso che siamo uno stesso popolo che parla la stessa lingua. Il romeno, ovviamente (“Il latino viene dal romeno” “EHM”).
  6. L’equivalente del festival di Sanremo bulgaro si chiama “L’Orfeo d’oro” e gli italiani spaccano tantissimo. La mia compagna di corso bulgara ha presentato una serie di slide su questa manifestazione, condendo le ultime due con le immagini degli artisti internazionali. Ed ecco che il proiettore ci offre: Ornella Vanoni, Gianni Morandi, l’intramontabile Toto Cutugno e ovviamente, un non troppo inatteso regalo, ALBANO E ROMINA.

E poi ci lamentiamo de Il Volo.

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