Itaca

di ritorni a casa, anche se “casa”, a questo punto, è un concetto piuttosto labile

La settimana scorsa son tornata nelle lande franciose.
Ho passato una decina di giorni a casa in Italia, che sono stati come sempre molto belli e molto dolorosi.
Come epilogo all’odissea stagionale, il ritorno a Itaca non è stato scevro di imprevisti.

Questa volta, come la precedente, torno in treno. Mi dico che è per via dei bagagli, ma sappiamo tutti che è una pietosa balla.
Ma comunque.

Il treno per l’oltralpe parte a metà mattina, quindi alle 8 e cinquanta sono sul regionale che mi porterà, con calma, alla Stazione Internazionale. Ma tanto chemmifrega, ci ho Autorità di VanderMeer.

Quindi mi spalmo sul sedile e inizio a leggere. E in un attimo arrivo in Stazione Internazionale e scendo al binario con i miei averi, carica come uno sherpa.

Arrivata alla sopraccitata Stazione Internazionale mi assale una voglia furibonda di focaccia (nonostante la colazione fatta con metà pacco di nascondini – grazie, Banderas, grazie). Per qualche motivo non ancora del tutto compreso, in terra italica mi viene voglia di mangiare molta focaccia. Coprirmi dai rigori invernali con teglie di focaccia. Rinfrescarmi dalla canicola estiva cospargendomi di olio di focaccia. Nuotare nella focaccia. Focaccia focaccia focaccia.
La focaccia, in Stazione, non c’è.
E se c’è, è ripiena di mortadella, e a questo punto ricordo il mezzo chilo di nascondini e mi convinco che la focaccia, magari, me la cucino quando arrivo.

Quindi mi rassegno, bevo un marocchino, e attendo il mio treno international.
Il treno è in ritardo.
Trenta minuti.
Quaranta minuti.
Cinquanta minuti.
Quarantacinque minuti.
AHAH STAVAMO SCHERZANDO: un’ora.

Il treno parte centocinquanta chilometri più in là, ed è un treno veloce. Ipotizzo il guasto tecnico, vedo sfrecciare strafottenti al binario regionali tronfi come tacchini, temo la soppressione del treno, quando, finalmente, dopo un’ora di attesa – sempre con VanderMeer, ma a dieci gradi centigradi – il TGV arriva.

Il treno è già strapieno.
Per infilare la mia valigia carica di biscotti italiani devo spostare uno zaino e fare il tetris con un altro trolley. Con l’aiuto di un ragazzo isso il mio prezioso bagaglio e mi avvio a cercare la mia poltrona.
Il tizio seduto nel posto vicino al mio si fa da parte borbottando qualcosa, io registro l’assenza di spazio nella cappelliera per accatastare lo zaino e lo infilo quindi tra il mio sedile e quello davanti. In qualche modo, approfittando delle mie dimensioni abbastanza esigue, arrotolo la mia figura intorno allo zaino e mi accingo ad iniziare il viaggio, a questo abbarbicata, novella stilita in TGV.

Ed è a questo punto, ormai incastrata tra sedili reclinabili e spallacci Ferrino,  che mi accorgo con orrore di essere seduta nei posti davanti ad una piccola famiglia composta da madre esausta e due bambine di quattro e due anni.
Spero che scendano appena dopo confine.
E invece, passerò quattro ore tra borbottii, calci al sedile, capricci per mettere le scarpe, capricci per togliere le scarpe, capricci perché voglio il ciuccio, capricci perché ho perso il ciuccio, e quando arriviamo, e voglio ascoltare la musica, e ho fame, e devo fare pipì, e guarda che bella bimba, e il vicino di sedile che sbuffa e cerca di studiare diritto privato in francese a voce alta, e adesso arriviamo, e VOGLIO MORIRE SUBITO.

Tuttavia, tra l’ormai inseparabile VanderMeer e il debito di sonno accumulato, sopravvivo in qualche modo, mentre tutta la mia ammirazione va a questa povera madre che non ha perso la pazienza in modo plateale neanche un minuto su duecentoquaranta.

A differenza del mio vicino di sedile.

Mentre il capotreno annuncia bilingue un ritardo di un’ora, mi chiedo come farò con la mia coincidenza. Risposta del controllore: la perderò.
Però non c’è problema: ci sono treni ogni ora e il ritardo accumulato ci frutterà un magnifico rimborso!

E invece no, il ritardo accumulato non è di un’ora (limite del rimborso), ma di cinquantacinque minuti, quindi puppa.
Grazie.
Forza, lamentatevi di Trenitalia.

Mentre vado a pagare tantissimo un tè in vagone ristorante, più povera ma felice che questi euro siano spesi in venti minuti lontana da una coppia di bambine stanche e lamentose, vedo dal finestrino che la famiglia è scesa, finalmente, alla fermata prima della mia. La madre sembra ora molto più serena, avendo lanciato le figlie su un padre ignaro. Mi chiedo se in un impeto di esasperazione non riguadagnerà il vagone all’urlo di “LIBERTÀÀÀÀÀ!”, ma pare invece una donna responsabile.

Infine, con cinquantacinque minuti di ritardo, arriviamo.
Vado al banco informazioni per chiedere come posso cambiare il biglietto per la coincidenza persa.
Mi rimbalzano alla biglietteria.
Prendo un numero all’eliminacode.
Aspetto.
Arriva il mio turno, spiego la situazione, mi rimbalzano all’altra stazione (da dove, in effetti, dovrei partire).
Sospiro, prendo la metro, arrivo nell’altra stazione, il biglietto si è smagnetizzato e non riesco ad uscire dalla metro, perdo finalmente la pazienza e sfondo i tornelli come ho visto fare ad un paio di ragazzi un minuto prima.
Solo che non ho bene chiaro dove io sia uscita, quindi ora sono persa nella stazione.
Cerco di orientarmi, fallendo, alla fine vado da un signore con un gilet catarifrangente, assumendo sia addetto ai turisti spaesati, che mi indirizza al banco informazioni.
Magicamente ottengo il cambio di biglietto e correndo, baciata dalla fortuna, sul binario di fronte, riesco a saltare in extremis su un TGV in partenza.

Alla fine in qualche modo sono arrivata a casa, dove ho infilato una zucca in forno (era l’unica cosa commestibile rimasta in casa) e ho goduto tre ore di silenzio prima di abbattermi a letto alle nove e un quarto.

Tra Natale e rientro sono un filo stressata. Tuttavia, forzando la mia natura di orso polare, per iniziare quest’anno nel migliore dei modi sto ascoltando playlist che abbiano la parola “happy” nel titolo (*): se sopravivo al reggae (brrrr) o al vocoder (BRRRRR), poi continuo con elenchi di libri e storie di vita vera vissuta, casomai una puntata musicale a tradimento.

Tipo tra due giorni, che le guide per avere un blog di successo dicono: a) usa Tumblr, b) usa Tumblr, c) sii regolare nei post e percaritàdiddio scrivi poco, e io mi faccio un punto d’onore nel disobbedire alle regole più elementari del buonsenso.

Comunque, buon anno.


 

(*) dice che per migliorare l’umore sia meglio ascoltare cose che rappresentino lo stato d’animo che si vorrebbe, quindi a quanto pare devo sospendere un po’ con il solito post-rock sinfonico sperimentale. Pare.

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