responsabilità e invidia

riuscirò mai a essere come Zorro?

 

Da un po’ di mesi ho uno studente.
L’altro giorno gli ho chiesto di che anno è:
PP: “Studente, di che anno sei? Millenovecento ottanta…”
S: “Novantuno!”

E’ finalmente successo: quel momento della vita di tutti noi in cui scopri che quelli della decade successiva non solo vanno alle superiori, non solo ora possono prendere la patente, non solo hanno iniziato a procreare (MATTI), ma hanno persino venticinque anni e stanno iniziando un dottorato perché hanno già finito l’università.

E ti ritrovi a dovergli spiegare cosa devono fare, come devono farlo, cosa non devono fare (importantissimo), e perché (quindi, devi ristudiare un pacco di roba).

Lo Studente non mi somiglia per niente. Ha una gran fiducia nelle sue capacità, mentre io penso sempre che gli altri siano più bravi di me e che comunque non ne so abbastanza, in nessun campo.
Se gli presenti un risultato esclama: “Be’, è ovvio!”
Tuttavia, ad un esame più approfondito (“Mi spieghi perché “è ovvio”, per favore?”) spesso il risultato non è ovvio per niente.

Al mio primo anno di dottorato arrivavo da una pessima esperienza di tesi di specialistica, che era stata così pesante dal punto di vista emotivo – anche se non solo a causa della tesi – che ci ho messo qualche mese a capire cosa fare della mia vita, e quando ho deciso di continuare nel magico mondo dell’accademia ho cambiato totalmente rotta.
Nonostante questo, dopo il primo girone infernale che è stata la laurea specialistica, il dottorato è stato la discesa agli inferi vera e propria.
Il dottorato non è una passeggiata per nessuno, ma devo dire che la mia esperienza si piazza abbastanza in alto nella classifica dei dottorati di merda. E mi è ancora andata bene che in quei tre anni la mia vita sentimentale non era disastrata come gli anni precedenti: ogni tanto (spesso) era solo il supporto del mio ex unicorno che mi convinceva a non mollare tutto e andare a lavorare in fabbrica.
Il disinteresse del nostro relatore nei confronti dei nostri progetti e nelle nostre persone era talmente spiccato che io e i miei due colleghi di sventura ci definivamo “i cani sciolti”.
Per dire, non si è presentato alla discussione finale della tesi. Se non altro è stato coerente: non l’aveva neanche letta.

Fortunatamente, dopo il dottorato c’è il post-doc, che sarà pure precario, sarà pure a breve scadenza, sarà pure sparpagliato sul globo terracqueo, ma almeno non è più il dottorato. Amen.

Ma ritorniamo al presente: cambiato Paese, cambiato lavoro, cambiato progetto. E ora c’è Lo Studente.
Insegnare ad uno studente cose che hai dovuto imparare da sola scatena istinti bassissimi: perché dovrei darti gratis quel che io ho faticato per ottenere?
Riuscirò a non contribuire a rendere il suo dottorato un altro dottorato di merda?
Come si fa a conciliare il desiderio di essere un’insegnante quantomeno decente (ergo: non trasformarmi nel mio ex relatore) e l’invidia nel vedere qualcuno arrivare in un mese a dei traguardi che tu ti sei sudata lavorandoci un anno e mezzo, e sapere che può farlo perché è il tuo lavoro che gli ha spianato la strada?
E poi: gli spiego tutto così sono abbastanza sicura che non farà troppe cazzate (leggi: far esplodere la macchina) ma poi temo non sviluppi autonomia, oppure gli do qualche spunto, gli spiego le basi, gli passo cinquanta articoli e lascio che se la gratti da solo, perché alla fine ha venticinque anni e una laurea e dovrebbe saperlo fare, anche se ci metterà un mese in più?
C’è un modo per non sentirsi una persona bruttissima per aver detto, in un momento di insofferenza, “Dovresti davvero andare a ristudiarti la teoria”?

Che ansia.

Comunque, per la prossima volta che lui o un altro (abbiamo imbarcato parecchi studenti a sto giro, ma io devo preoccuparmi solo di uno di loro, graziesignoregrazie) mi chiederanno qualcosa che a) ho già spiegato sei volte b) è scritto su un report che ho già inviato sei volte c) è spiegato benissimo su un libro di testo che avrebbero dovuto leggere, conoscere o trovare con una rapida ricerca online, mi sono salvata il seguente vessillo, da sventolare con foga e convinzione davanti ai loro giovani occhi:

RTFM

Read The Fucking Manual (leggiti sto cazzo di manuale) – via cmenghi

Funzionerà, mi dicono.

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2 thoughts on “responsabilità e invidia

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