tuttifrutti

un pigropanda in lotta (ma neanche troppo) contro la sua personale perversione

Si è già detto, cucino. Molto. Io mangio perché cucino, il che è abbastanza perverso.
Non solo, ma sono afflitta da un’ulteriore perversione che mi spinge ad acquistare (prevalentemente) ortaggi che non conosco, perché non li conosco, e poi a chiedermi che cosa possa farne.

Fortuna che c’è internet.

“Google: ricette rutabaga…”

Se sono in un posto in cui parlano una lingua che non conosco, non c’è alcun problema: compro cose che non so cosa siano e spesso non sono neanche abbastanza furba da segnarmi il nome.

Di nuovo: fortuna che c’è internet.

“Ma che cos’è?”
“Non lo so, era carino”
“Va be’, ma come si chiama?”


“Non so, ero in Slovenia, sai che lì han tutti quei nomi strani”
“…”
“Google: verdura tipo rapa verde…”

Da quando sto qua in Francia i miei orizzonti culinari si sono allargati, per una serie di motivi, tra cui il fatto che in Francia ci sono molti più immigrati che non in Italia e che oltre alla Francia Metropolitana i nostri cugini hanno tutta una serie di Dipartimenti d’Oltremare strategicamente piazzati più o meno all’equatore.
Quindi, basta andare al supermercato e trovi cose che non avevi mai visto se non sui banchetti al porto a Genova.
In ogni caso, non serve neanche andare a pescare nelle piantagioni africane per trovare verdure esotiche per un italiano: il tristissimo clima nordico impone alle verdure di crescere sottoterra, non c’è altra soluzione. Quindi esistono tutta una serie di tuberi, rape e radici che, da italiana, non avevo visto mai.

In questi quasi due anni francesi sono finiti nel mio carrello, e conseguentemente nel mio stomaco, in rigoroso ordine alfabetico:

acetosa (Rumex acetosa)
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(foto di Burschik, fonte: Wikimedia)

Io volevo solo fare dei ravioli, ma non ho trovato la borragine. Dopo aver cercato delle biete per cinque tra negozi e bancarelle, sono andata in un negozio di surgelati per comprare degli spinaci. Dubito che mi leggano, ma nel caso: signora cassiera del Picard, quella pazza che ha girovagato per il suo negozio per un quarto d’ora, brandendo il cellulare per trovare campo e poter finalmente trovare la traduzione di oseille, ero io. L’acetosa è buona, acidula ma piacevole, però io sono rimasta in paranoia tre giorni perché contiene molto acido ossalico e non è che faccia proprio benissimo. Di ravioli ne è venuto un chilo. Sono ancora viva, però, diciamo, usatela se avete tanti ospiti e potete diluire il rischio di saturarsi di ossalati.

avocado (Persea americana)

Non è che in Italia non avessi mai comprato un avocado, ma non li ho mai trovati maturi, quindi evitavo di comprarli. Qua invece sono generalmente buonissimi, e io li amo, e li compro e ricompro con costanza.

barbabietole (Beta vulgaris)
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esistono le barbabietole gialle

Ci sono pochissime cose che non amo mangiare: le barbabietole sono tra queste. Non è neanche che non mi piacciano del tutto: il primo pezzo è buonissimo, il secondo pure, il terzo è dolce, il quarto sa di terra, il quinto “Mh”, il sesto non ne posso più, basta. Comunque le ricompro perché non riesco a credere di non riuscire a trovare un modo, uno, in cui rendere commestibili tutti gli alimenti del creato (tranne – spoiler! – la rutabaga).
Finora con la barbabietola ha vinto una ricetta del Russo, a base di barbabietola grattugiata, tanto aglio e maionese.

 

castagne (Castanea sativa, frutto)
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resti di castagne, pericarpi su tavola

Qua un po’ baro, ma le castagne non le avevo mai comprate e neanche pensato di cuocerle al forno simulando caldarroste: funziona.

 

cavolo cinese (Brassica rapa subsp. pekinensis)
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(foto di Jamie Nettles, fonte: Wikimedia)

Il cavolo cinese è una mia particolare passione, è così buono che lo cucino all’ignorantissima, stufato in padella con un filo di salsa di soia, ed è a posto così. Lo preferisco al pak choi (v. dopo), che pensavo essere migliore: infatti ho comprato il cavolo cinese di malavoglia una volta che mi ero messa in testa di trovare il pak choi ma non ci riuscii, un raro caso di amore mentre cercavo il calesse.

cetriolo inglese (Cucumis sativus)

Io che son viziata, per 25 anni della mia esistenza non ho mangiato che i cetrioli dell’orto, che i miei chiamano parigini: sono quelli piccoli, leggermente curvi, che il resto del mondo mette sott’aceto. Qua, non li trovo, e se li trovo sono troppo maturi, inutilizzabili. Così mi arrangio con quel che c’è. Sebbene il cetriolo inglese sia indiscutibilmente ciò che ha ispirato a Dahl i cetrionzoli, non è male, specie in insalata con il polpo (un giorno Il Russo si è presentato alla mia porta con un polpo sottovuoto già cucinato, che in qualche modo è passato attraverso i controlli del bagaglio a mano).

faisselle

IMGP0001 (1)Un acquisto non vegetale. La faisselle non è molto differente da una ricotta, a dirla tutta, solo leggermente più acida e granulosa. L’ho scoperta perché la mia collega francese la mangia con lo zucchero. Io l’ho provata sia come dolce con il cacao sia al posto della ricotta nelle torte salate, è ottima in entrambi i casi. Credo sia riproducibile mescolando la ricotta con lo yogurt naturale.

flageolets (Phaseolus vulgaris)

I flageolet non sono altro che comunissimi fagioli raccolti ancora verdi. Il gusto è simile a quello dei fagioli che trovate nei fagiolini verdi (AKA cornette AKA tegoline) quando sono troppo grossi. Io li ho comprati in scatola, non ho mai cercato se si trovassero freschi o secchi. Consigliano di cuocerli al burro e di usarli per contorno al cosciotto d’agnello. Io non avevo l’agnello, ma li ho cucinati ugualmente. Non sono male, ma preferisco altri legumi. Una piccola nota di colore: Wikipedia francese ci tiene a precisare che fanno fare molte puzzette. La cosa mi ha fatto sorridere finché non ho fatto due più due e ho capito che il nome “flageolet” viene da uno strumento musicale a fiato, i famoserrimi flagioletti.

latte di cocco (Cocos nucifera)

Sul fatto che i francesi non cucinino abbastanza mi sono già lamentata più volte, ma bisogna dar loro atto di una cosa: non hanno paura di sperimentare. E quindi infilano il latte di cocco ovunque. Zuppa di zucca con latte di cocco, zuppa di funghi con latte di cocco, lenticchie con latte di cocco, lasagne col latte di cocco (no, non è vero, è un’iperbole, ma li ritengo capaci di pensare ad una roba simile). Alla fine (ma neanche impegnandosi granché, ché qua la carne è debole e anche lo spirito non se la passa troppo bene) mi hanno convinta e ora pure io abuso del latte di cocco. Ispirata da Dona Flor, lo estraggo dalla farina di cocco, anche se probabilmente il  risultato non è esattamente uguale.

manioca (Manihot esculenta)
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manioca faticosamente affettata

In Brasile, durante gli unici dieci giorni che ho passato nella città più pericolosa di tutta la federazione, mi hanno imbottito di farinha de mandioca, cosa che ho a tratti apprezzato. Quest’anno Il Russo è tornato dicendo che la manioca, inteso come tubero, è buona. Così, tempo tre giorni, una radice di manioca (dolce) capeggiava sulla mia tavola e io non avevo assolutamente idea di cosa farne. Dopo aver visionato tutta una serie di carinissimi video brasiliani e congolesi, ho deciso di farci delle crocchette, sono venute benissimo. La manioca è il mio nuovo cibo preferito.

 

pak choi (Brassica rapa subsp. chinensis)
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(foto di Karl-Heinz Wellmann, fonte: Wikimedia)

Come dicevamo, il pak choi è fratello del cavolo cinese e ha un aspetto molto più carino, e soprattutto un personaggio dedicato in Piante Contro Zombie 2 che pesta come un fabbro. Io preferisco il fratello meno appariscente: il pak choi è buono anche lui, ma essendo già bello può non puntare tutto sul gusto.

 

panna acida

Sto con un Russo, la panna acida diventerà la base della mia alimentazione non appena passeremo alla convivenza, mi porto avanti.

pastinaca (Pastinaca sativa)
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è brutta, lo so

La pastinaca è anche un pesce, ma in questo caso mi riferisco alla radice. Somiglia ad un carota cicciosa, è bianco-giallastra. Invogliante, la descrizione, eh? E’ dolce come le carote, ma ha una punta amara che può infastidire. Dopo averla esibita nel tupperware del pranzo, ho scoperto che i miei colleghi francesi non ci si sarebbero avvicinati neanche a costringerli, quindi mi sa che non godono di un grande successo. Forse sono quelle verdure da nonni che la gente in genere evita, tipo la cicoria o le radici amare. Per i pigropanda, ovviamente, non ci sono problemi di sorta, non sono mica barbabietole.

patate dolci (Ipomoea batatas)

Finché sono stata in Italia nessuno sapeva cucinare le patate dolci. Allora ho chiesto ad un amico statunitense: mi ha detto di metterle in forno con la melassa e i marshmellow.
L’ho depennato dalla lista delle persone a cui chiedere consigli culinari.
Le patate dolci sono la cosa migliore che potete mettere insieme alla zucca per farne una vellutata, meglio ancora delle castagne. Sono buone al forno, sono buone in padella, sono buone e basta. E soprattutto, non sono, tecnicamente, delle patate.

pâtisson (Cucurbita pepo subsp. ovifera)

Il pâtisson, guardatelo, è bellissimo. Infatti in Italia è usato come zucca decorativa (in realtà, è uno zucchino).  L’ho scoperto perché Il Russo ha comprato un barattolo di verdure agrodolci russe da farmi assaggiare, che conteneva gli onnipresenti cetrioli, peperoni, pomodori (meravigliosi), e i pâtisson. Non li ho mangiati in altro modo, probabilmente se me ne capitassero per le mani li tratterei come degli zucchini un po’ più carini e morta lì.

rabarbaro (Rheum rhabarbarum)
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il rabarbaro è anche fotogenico, oltre ad essere tossico

Il rabarbaro fu piantato da mia madre anni fa, lasciato crescere, ammirato, poi non sapendo cosa farne ne fece uno sciroppo (sì, è genetico e, ahimè, all’epoca internet non c’era). Non ne ho un gran ricordo. Io ho sempre guardato il rabarbaro con sospetto perché somiglia (visivamente) ad un sedano, e fare un dolce con il sedano mi riempie di perplessità, poi me ne hanno regalato un paio di coste. Quindi mi sono convinta e ne ho fatto una crostata che, confesso, ho mangiato tutta da sola. Era buonissima.

 

 

 

ramolaccio (Raphanus sativus var. niger)

Il ramolaccio, almeno esternamente, ha il colore di una cosa che non andrebbe mangiata. Diciamocelo, somiglia al cetriolo di mare, una bestia nota per espellere il proprio intestino se minacciata. Non grandi premesse. Dopo averlo comprato e tenuto in frigo per qualche giorno, ponderando sul da farsi, ho cercato una ricetta in francese e l’ho fatto in insalata con aceto, salsa di soia e noci/nocciole/pistacchi/cose. Il gusto è simile ad un ravanello con una punta di rafano.

rape (Brassica rapa subs. rapa)
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così belle, così insulse

Perché compro le rape? Perché sono belle da vedere. Sono tonde, bicolori, con il viola che degrada dolcemente stemperandosi in un bianco crema. Hanno il giusto peso e forma per essere tenute in mano con soddisfazione. Dal punto di vista estetico sono, per me, irreprensibili. Io le terrei lì a rallegrarmi la vista. In realtà compro le rape come centrotavola. Perché le rape, e in trent’anni di vita non me ne sono ancora fatta una ragione, le rape non mi piacciono. Tuttavia, siccome una volta comprate per stupidità cronica mi spiace buttarle, ho scoperto che in insalata con limone e parmigiano sono più che commestibili.

rutabaga (Brassica napus subsp. rapifera)
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FUGGITE

Che se con barbabietole e rape alla fine un modo per consumarle con piacere l’ho trovato, con la rutabaga depongo le armi. Immangiabile. E sì che mi sono impegnata: l’ho fatta in purè, l’ho preparata in padella. Una slavèria. Una rapa (e già qua…), per di più amarognola e acquosa. Lasciatela a Franzen.

semola d’orzo

Perché mai ho comprato la semola d’orzo? Chiediamocelo tutti insieme. Non lo so. L’ho vista sullo scaffale. Di tre lingue che parlo ho trovato una sola ricetta per usare la semola d’orzo, dopo aver provato a farci i semolini dolci fritti fallendo. Quando ho trovato la ricetta della chorba ho capito perché non ha funzionato: a differenza della semola di grano duro, che cuoce in una decina di minuti, la semola d’orzo cuoce in quaranta. Ne ho ancora mezzo chilo, la infilerò in un’altra chorba vegetariana e proverò a cucinare il resto come una polenta, sprezzante del pericolo.

taro (Colocasia esculenta)
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non si muove

Il taro sembra una patata pelosa. L’ho comprato quando ero partita per la tangente con la manioca, ho visto il taro lì vicino e ho pensato “perché no”. Poi l’ho fissato. Per un paio di settimane. Ho pensato di farci una ricetta giapponese con il tofu, ma sono rimasta perplessa dalla fatto che l’autrice specificasse che il taro ha una consistenza molliccia. Così ho aspettato ancora un po’ e l’ho preparato allo stesso modo in cui preparo tutto ciò che non conosco: al forno. Il taro non è tanto diverso da una patata non pelosa, fatto così, magari al prossimo giro provo la ricetta della Venerabile Makiko Itoh.

zucca spaghetti (Cucurbita pepo subsp. pepo)
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questa è la polpa di una zucca spaghetti. lo so, non ci credevo neanche io

La zucca spaghetti l’ho comprata ovviamente solo per il nome. Non potevo affatto credere che in qualche modo dalla pancia tonda di una zucca potessero uscire degli spaghetti. Anche lì, prima l’ho comprata, poi ho pensato a cosa farne, quindi ho trovato delle ricette statunitensi che dicevano di condirla come la pasta, di conseguenza ho depennato gli Stati Uniti dalle culture da cui prendo in prestito le ricette e infine ho giocato il solito jolly infilando la zucca in forno. Comunque, la zucca spaghetti DAVVERO produce degli spaghetti. Se volete confondere gli astanti esibendovi in spaghetti di zucca senza sforzo, cucinatela, altrimenti lasciate perdere, non è migliore di una qualsiasi altra zucca.

 


 

Mi scuso con i lettori: l’ulteriore irregolarità dei post dell’ultimo periodo è causata dal fatto che mi spacco di sport perché cucino troppo e non voglio diventare Jabba The Hutt. Ho male a muscoli che non pensavo esistessero. Vedrò cosa riesco a fare, nella mia testa ho tantissime cose da scrivere, ma poi devo dormire per sopravvivere.

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