Pillola rossa

“ma quindi, amore o carriera?”

 

Relativamente presto mi sposterò dalle terre del Re Sole e approderò nel mondo di Cervantes.
Questo spostamento (il terzo in generale, il secondo internazionale) è dovuto al fatto che Il Russo è ivi insediato e non ad una scintillante opportunità lavorativa (come è stato il trasferimento qua).
E siccome lui ha un posto fisso e io no, nella partita delle carriere vince lui e mi sposto io.

Sono arrivata in una fase della mia vita in cui ho un’età e sono un po’ stufa. Non sono stufa di spostarmi geograficamente – da questo punto di vista il trasferimento in Spagna titilla il mio desiderio di esplorare in full immersion un’altra realtà. Sono stufa, abbastanza, di una vita sentimentale randagia. Soprattutto, siccome ho una certa esperienza in storie a distanza, so che non funzionano, per me, per un tempo illimitato: ad un certo punto mi piace l’idea di svegliarmi al mattino e condividere stabilmente la colazione con qualcuno. E quel punto è arrivato.

Sono giunta, come molti altri esseri umani nella fascia 30-40, in quel momento della vita in cui ti si erge davanti un gigantesco Morpheus e ti porge le due pillole: pillola blu, scegli la carriera, pillola rossa, scegli ‘a famigghia.


Pare che la mia scelta della pillola rossa stia sconvolgendo un sacco di persone.
E la loro reazione sta sconvolgendo me.
Intediamoci, se arriva da te qualcuno che ti dice “Ho dato fuoco ad una brillante carriera per andare a lavare i calzini a mio marito”, lo guardi un po’ come se fosse un cercopiteco.
Il punto è che io, questa brillante carriera, proprio non la vedo.

Ho un contratto da post-doc. Al momento la mia vita lavorativa è stata la seguente:

  •  un dottorato di tre anni in Italia (checché ne dica l’esimio Ministro Poletti è un lavoro e pure logorante, ma in effetti lui magari non lo sa perché il dottorato non l’ha fatto – e a dirla tutta neppure l’università),
  • un assegno di ricerca in Italia (non post-doc perché il contratto è stato firmato pochi giorni prima della discussione della tesi, e soprattutto perché era pagato come una borsa per laureati non dottorati)
  • un post-doc in Francia composto da: un anno di contratto con l’Università, più un mese di contratto con l’Università aspettando che l’istituto preparasse le carte (ci siamo svegliati tardi), poi cinque mesi di contratto con l’istituto, poi dieci mesi di contratto con l’università.

Le prospettive sono, anche rimanendo qua, trovare un altro gruppo e iniziare un altro post-doc con le stesse modalità contrattuali (probabilmente su un progetto diverso, da “leggermente diverso, ma nello stesso ambito” a “cosa mai vista prima per cui devi studiare sei mesi”), OPPURE scrivere un progetto e sperare di passare la selezione per poi camparci un anno o due, OPPURE dare un concorso, sperare di passarlo (in francese, improbabile) e diventare maître de conference (insegnante-ricercatore) e rimanere in Francia.
Insomma, si tratta di barattare una realistica stima di diciotto mesi di contratto a tempo determinato forse nella stessa città in cui vivo ora, con Il Russo a tempo indeterminato (ergo, finché uno dei due si stufa).
Certo, posso posticipare Il Russo (anche se, conoscendomi, non reggerei), ma tra diciotto mesi mi troverei nelle stesse condizioni.
E poi di nuovo.
E ancora.
Ecco, io sta vita qua di indeterminatezza lavorativa costante con la scusa che “è la ricerca, bellezza”, mi avrebbe anche, molto prosaicamente, sfrangiato le ovaie. E non sarebbe neanche cambiare lavoro ogni due anni, a quello mi ci sono abituata e lo trovo anche interessante, il punto è che ogni volta devi passare metà del tuo periodo di lavoro a cercarne un altro su tutto l’angolo solido e la maggior parte delle volte finire a fare un trasloco che è incompatibile con una vita familiare (o sociale).
Posso farlo ancora un paio di volte, eh, le energie ce l’ho. È pure un lavoro molto bello, quindi la fregatura deve esserci.
Solo che mi sento un po’ presa in giro.
Del resto, chi fa un lavoro più “normale” del mio non naviga certo in acque migliori, però il numero di amici con contratto a tempo indeterminato inizia a crescere e io non vedo alcuna prospettiva di cambiamento.
Mi piace che la gente si faccia bella sulla “mobilità dei ricercatori”, è indubbiamente una cosa che arricchisce la ricerca, però mi trovo a navigare a vista, questo sì a tempo indeterminato, su un mare formato da istruzioni su come scrivere un progetto europeo, articoli da pubblicare, argomenti di nicchia su cui lavorano forse venti persone nel mondo, il tutto tenuto insieme dal timore costante di non farcela perché non pubblico abbastanza o perché sono troppo scema o perché sono troppo scema per pubblicare.
E alla lunga uno si chiede il perché di tanta inciviltà.

Comunque, non volevo lamentarmi del fatto che il mondio dell’accademia ti privi, fondamentalmente, di punti d’appoggio sociali, c’è chi l’ha fatto molto meglio di me.
Volevo lamentarmi del fatto che persino mia madre, che da cinque anni ormai dispera di avere degli eredi, mi chieda se sono davvero sicura di lasciare la Francia per la Spagna, solamente per stare con Il Russo.
Io lo capisco che siano preoccupati che la storia non superi il varo della convivenza, che siano preoccupati che io stia facendo una cazzata. Però non vedo alternative sensate di compromesso tra le due cose. Davvero.

 


 

NdPP: non vuol dire che non sto cercando un lavoro là, eh.

 

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