Morphine

di grandi amori, perdite e suoni

Chi mi conosce, ma anche chi mi parla da più di cinque minuti, sa di me una cosa fondamentale: io ho un grande amore: i Morphine.

Seriamente, ammorbo chiunque.

Scoprii i Morphine nel 2000, dopo aver letto un articolo su Linus. Avevo 15 anni e volevo una musica che fosse tutta mia. A parte la (molta) musica che avevo ascoltato a casa fino a quel momento, dovevo ancora trovare qualcosa che mi definisse. Fino a quel momento avevo provato con Zucchero (a 9 anni), con Phil Collins (a 12 anni) e pochi mesi prima – grazie MTV! – con i Catherine Wheel (14 anni). Riguardo ai primi due ho la scusa che ero piccola, riguardo ai terzi ho solo da dichiarare che Adam and Eve continua ad essere un gran bel disco, oltre al fatto che non potevo avere un battesimo musicale migliore come ascoltatrice (autonoma) di gruppi misconosciuti: quell’album l’avrò comprato solo io, e infatti il cugino di Bruce Dickinson ora restaura automobili.
Nel 2000 Linus recensì l’ultimo album dei Morphine, The Night. Ora non ricordo esattamente cosa scrissero, salvo che lo elogiavano come uno dei migliori album degli ultimi anni, e i Morphine come una delle migliori band del decennio, e piangevano sulla sorte del frontman, Mark Sandman, morto di infarto nel 1999 in Italia, a Palestrina, durante un concerto. Potevo lasciarmelo scappare? Certo che no. Inoltre, suonavo il sax e disprezzavo la chitarra: i Morphine erano composti da basso, sax baritono e batteria, cosa avrebbe potuto esserci di meglio?

Infatti, non c’è stato nulla di meglio.

Negli anni successivi ho ascoltato molto, ho abbandonato altrettanto, ho smesso di suonare il sax, ho accettato (parzialmente) le chitarre, mi sono innamorata di altri (Tom Waits, per dirne uno, Fiona Apple in tempi più recenti), ma nessuno ha scalzato i Morphine dal podio del primo amore folle.
Posso dire senza vergogna o pudore che il loro suono, basso, oscuro, pieno, mi ha scolpita nella persona che sono adesso: a quindici anni si è influenzabili e io volevo innamorarmi. La voce di Sandman mi ha condizionata enormemente. Dalla scelta dei cantanti alla scelta dei miei partner: salvo pochissime eccezioni, mi sono innamorata solo di uomini dalla voce profonda e a tutt’oggi non riesco ad ascoltare un gruppo il cui cantante non abbia una voce sufficientemente bassa. I miei amici musicofili sanno ormai che risponderò “Il cantante ha una voce troppo alta/troppo tenera/che mi infastidisce” se mi passano una canzone in cui il cantante ha una voce limpida (Brina, scusami <3).

Con i Morphine mi è successa la stessa cosa che mi capita con i libri degli autori già passati a miglior vita: sono afflitta dal sapere che non ci saranno nuovi libri/album. E, soprattutto, che non potrò mai ascoltarli dal vivo.

L’altro giorno, però, cercando concerti a Madrid – innervosita dal fatto che i GY!BE non suonano da nessuna parte qua vicino, e che li ho persi ormai due volte quando avrei potuto andarli a sentire – ho scoperto che ieri sera avrebbero suonato in città i Vapors of Morphine.
E mo’ questi chi sono?
Ebbene, i Vapors of Morphine sono i Morphine del primo album con un altro cantante.

Ovviamente, ci sono andata.

Il concerto è stato strano. Ho deciso di andarci, anche sapendo che Mark Sandman sarebbe mancato, perché dopotutto Dana Colley (il sassofonista) è sempre lui. E, dopotutto, anche altri gruppi hanno continuato a suonare senza un membro. Certo, senza il cantante è un po’ diverso, ma volevo sentire.
L’assenza di Sandman si è sentita, prepotente. Hanno suonato quasi esclusivamente pezzi dei Morphine, quasi tutti molto simili alla versione dell’album – però c’è da dire che ci sono stati tutta una serie di problemi tecnici, per cui hanno suonato senza effetti e amplificazione sul sax. È stato vagamente schizofrenico sentire il sax originale e la voce del nuovo cantante, che, bontà sua, è pure bravo, però non è Mark Sandman e purtroppo un po’ lo imita. C’è stato spesso il rischio “cover band”, scampato quasi sempre al limite.
Ho pensato almeno una volta che avrei preferito una cantante donna, perché mi aspettavo costantemente un tono che non era quello di Jeremy Lyons (ho poi scoperto che ci hanno provato già un paio di volte).
Poi però hanno suonato Let’s take a trip together a due voci. E due brani nuovi. E finalmente Lyons ha smesso di scimmiottare Sandman. E poi una versione di The night, diversa; e bellissima.

Alla fine sono tornata a casa soddisfatta. Un po’ stranita. È stato un concerto piccolo, caldo, dove da sopra e da sotto il palco si stava amando moltissimo quella musica lì che stavano suonando, una sorta di omaggio ai Morphine che sono stati. Non è stato come sentire dal vivo i Morphine che amavo disperatamente, ma è stata la cosa più simile a quel che avrei potuto aspirare.
La prossima volta, però, spero suonino più pezzi nuovi.

Ripensando al locale,
ai tre tizi sul palco
e al pubblico urlante che stava accanto al mixer
credo che in quel martedì sera sia andata poi di lusso quasi a tutti.

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