La zattera di pietra

(lunga) cronaca della nostra seconda volta in Portogallo
sette giorni nel nord, Porto incluso

Madrid, inizio aprile 2017. Interno giorno.

Il Russo: “Tra poco ci sono le vacanze di Pasqua”
Pigropanda: “OK”
I.R.: “Ho dieci giorni”
P.P.: “Ah, fico!”
I.R.:”Andiamo a sud così vado a pescare?”
P.P.: “NO.
I.R.: “Andiamo in Sardegna?”
P.P.: “Dai!”
I.R.: “Voli?”
P.P.: [controlla su Kayak:] “… hai un rene che ti avanza?”
I.R.: “Portogallo?”
P.P.: “Portogallo!”

… e fu così che decidemmo di andare in Portogallo.
In auto.
Tre giorni prima dell’inizio delle ferie.

In Portogallo c’eravamo già stati, in un’altra vacanza decisa all’ultimo secondo. Siccome nessuno dei due si era preoccupato di controllare che cosa ci fosse da fare attorno a Lisbona, avevamo comprato una guida sul posto, in francese.

A seguito di due traslochi la guida risulta: non pervenuta.

Tre giorni prima di partire, dunque,  il vostro adorato Pigropanda si è messo a cercare che cosa si potesse fare nel Portogallo del nord. Siccome ero io che decidevo cosa fare, abbiamo visto chiese, rovine, altre chiese, musei archeologici. Il tutto con Il Russo che si lamentava perché avrebbe voluto andare a pescare. La morale di questa storia è CHI DETIENE LA CARTINA DETIENE IL POTERE.

TL;DR: segue ora il racconto fin troppo dettagliato della nostra vacanza pasquale nel Portogallo del nord. Siccome mi rendo conto che magari non vi va di leggere proprio tuttotuttotutto quel che abbiamo fatto prima di sapere dove cercare le informazioni, metto qua la “bibliografia” che all’inizio, prima di superare le 1000 parole, avevo pensato di mettere a fine post.
Siti che ho guardato per farmi un’idea di doveandarecosafare, con moltissimi ringraziamenti a chi li gestisce: it.visitportoandnorth.travel , www.ilmioportogallo.it , www.portogallo.info
Se andate a Porto, recuperate al centro turistico la mappa di Use-It: è una cartina che – dicono – è stata compilata dai locali. È molto carina, utile se la leggete prima di andare a Porto o se ci state qualche giorno. La trovate anche qua (oppure vi scaricate la app).
Se siete old school e volete una guida cartacea, io vi suggerisco di evitare come la peste le Routard e darvi senza timori alla borghesissima guida Michelin.

Itinerario per sette giorni (ché poi si deve andare a pescare in Galizia)
itinerario

L’importante è partire sembrare preparati

Giorno 1: arrivando dalla Spagna, ci fermiamo a Bragança, per poi proseguire fino a Vila Real, dove dormiamo.

Giorno 2: l’idea primigenia era di svegliarci all’alba per andare a vedere le pitture rupestri a Vila Nova de Foz Côa, ma quando abbiamo scritto, ancora dalla Spagna, per prenotare ci hanno risposto che era già tutto esaurito. Così, invece di spararci 100km all’andata e 100km al ritorno, scendiamo a Pinhão, passando dal Santuario di Panóias, per poi costeggiare il fiume Douro fino a Lamego.

Giorno 3: da Lamego ci dirigiamo ad Amarante, quindi alle cascate di Ermelo e infine andiamo a dormire a Mondim de Basto.

Giorno 4: visitiamo il centro di Mondim de Basto – alla ricerca di cibo – e proseguiamo per Guimaraes, e dormiamo tra Guimaraes e Porto.

Giorno 5: arriviamo a Porto, dove passiamo la giornata a camminare e a visitare tutte le cose interessanti di Porto che avevo salvato su GoogleMaps.

Giorno 6: puntiamo a Braga, ma prima facciamo una deviazione a Póvoa de Lanhoso. Per cause di forza maggiore, rimaniamo poi a dormire a Braga invece di arrivare a Viana do Castelo passando per Barcelos.

Giorno 7: da Braga ci avviamo verso la Galizia. Siccome la strada è lunga, decidiamo di non fermarci a visitare granché, ma prendiamo la strada statale costiera per goderci almeno il paesaggio. Pranziamo sulla costa tra Viana do CasteloCammina, sulla Praia de Paçô.

Dettagliatamente, giorno 1: Bragança, Casa de Mateus e Vila Real

Il primo giorno partiamo alla ventura. Siccome avremmo dormito in tenda, e il mio sacco a pelo non è così caldo come dice di essere, metto il piumone invernale in un copripiumino e lo arrotolo in una borsa dell’IKEA. Occupa un sedile da solo e provoca tutta una serie di prese in giro e borbottii da parte del mio partner in crime, ma alla prima notte, al freddo, si rivela un grande amico che ci accompagna fino alla fine delle ferie. Me, dal primo giorno, Il Russo e il suo orgoglio, dal secondo.
Prima tappa: il castello di Bragança, che si trova all’interno di una rocca abbastanza dimenticata (ma in buono stato), insieme a un piccolo borgo con qualche negozio di souvenir, bar, ristoranti, una cattedrale dall’interno ferocemente barocco, un edificio romanico civile e una ventina di turisti francesi.

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Interno ferocemente barocco: tipo così

Quindi: proseguiamo verso Vila Real. Alle porte di Vila Real c’è un piccolo palazzo settecentesco con annesso giardino, Casa de Mateus. Non ci aspettiamo granché, salvo una degustazione di vini, ma rimaniamo piacevolmente basiti. Il palazzo e il giardino sono una miniatura di altri palazzi barocchi settecenteschi, e ne rappresentano una specie di concentrato. Il giardino, in particolare, è bellissimo. È un giardino alla francese che – non me ne vogliano i francesi – batte a mani basse tutti i giardini che ho visto nella Loira. Siepi, magnolie, palme, cactus, glicini, viti e un intero tunnel di cipresso. Perfetto. E tascabile.
Anche la degustazione di vini va bene e ci allontaniamo soddisfatti, accompagnati da una bottiglia di rosso e una di porto.
Prima di andare a cena girovaghiamo senza meta per Vila Real, dove casette cadenti ospitano botteghe del secolo scorso al piano terra, la gente fa aperitivo in centro, i ragazzini si baciano sui gradini della cattedrale e si fanno grosse opere di manutenzione alle case del centro ormai abbandonate, fino al punto di lasciare solo le facciate e buttare giù e ricostruire tutti gli interni.
Siccome al Russo queste cose piacciono, ci sediamo ai tavolini di un bar “dove vanno i locali”, dove ci servono un vino che non vale i sessanta centesimi al bicchiere che paghiamo. Comunque, pittoresco.
Rubrica “Tutto il cibo minuto per minuto”: a Vila Real abbiamo cenato a a base di linguiça e bacalhau gratinado (baccalà con purè gratinato al forno). Ovviamente non siamo riusciti a finire l’enorme quantità di cibo che ci hanno servito, così abbiamo mangiato bacalhau anche a pranzo il giorno dopo.

Dettagliatamente, giorno 2: santuario di Panóias, Pinhão e Lamego

Abbandonata abbastanza a malincuore l’idea di andare a vedere e pitture rupestri a Vila Nova de Foz Côa (siate più furbi di noi e prenotate una o due settimane prima, se vi interessa), ne approfittiamo per dare un’occhiata ad un sito dove un certo Gaius Calpurnius Rufinus fece erigere un santuario rupestre, il Santuario di Panóias, del quale rimangono vasche rettangolari per compiere sacrifici scavate nel granito. Il sito ha del (grosso) potenziale, prima o poi se ne renderanno conto. Nel frattempo potete visitarlo per un paio di euro e un anziano e gentile signore portoghese vi accoglierà, vi mostrerà un video (in portoghese), quindi vi lascerà pascolare liberamente tra le rocce. Poi si dimostrerà molto disposto a rispondere alle vostre domande, che però, se non parlate portoghese, non potrete fargli. Spiace.
Da Panóias ci dirigiamo a sud-est, verso Pinhão. A Pinhão c’è un porto fluviale, ultima tappa della crociera sul Duero, e la fermata di un treno che parte da Porto e percorre la valle del Douro, la Linha do Douro. Pare sia un tragitto bellissimo (la massa di turisti americani che scendono alla stazione lo conferma), ma noi non abbiamo tempo. Però, già che ci siamo, abbiamo approfittato di stare a Pinhão per farci un giro in barca. Consigliamo.

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Da Pinhão il viaggio prosegue verso Lamego, sulla statale che costeggia il fiume. La valle del Douro/Duero è un posto bellissimo. Mi ha ricordato molto la valle del Reno dalle parti di Lorelei (è l’unica parte che conosco). Se capiterete mai da quelle parti, non prendete l’autostrada, fatevi la strada panoramica lungo il fiume.
A Lamego ci arrampichiamo su per tutta la scalinata del santuario. Non so perché. Non siamo neanche religiosi. In nessuna delle nostre due – supposte – religioni native. È lunga. Mentre saliamo e scendiamo, attraversiamo un gruppo di papaboys adolescenti che cantano lodi al Signore.
Bontà loro.
Per riprenderci dalla salita e dai canti cristiani ci infiliamo in una vineria i cui proprietari ci riempiono di attenzioni, di vino e di biscotti al pepe rosa.
Quindi ci alziamo, razzoliamo ancora per il centro, saliamo fino al castello e finiamo infine in un ristorante il cui proprietario visibilmente brillo ci serve la cena raccontandoci dei tempi in cui lavorava per la Costa Crociere.
Rubrica “Tutto il cibo minuto per minuto”: Lamego è famosa, tra le altre cose, per un vino bianco frizzante, molto buono (se vi piacciono i brut). Altra icona di Lamego è una focaccia ripiena chiamata bola, che ci siamo sacrificati a mangiare per donare un parere ai posteri. È BUONISSIMA. Il simpatico signore ubriaco ex lavoratore per la Costa ci ha servito un capretto al forno, con riso e cavolfiori sott’aceto. A me è piaciuto, al Russo no (“Troppo asciutto”). I cavolfiori sott’aceto sono fortissimi e ottimi. Ovviamente quantità di cibo da denuncia, tenetelo a mente se andate a visitare questi posti e ordinate un piatto da dividere in due, che altrimenti non ce la si fa.

Dettagliatamente, giorno 3: ancora Lamego, Amarante e cascate di Ermelo

Mi sveglio il mattino a Lamego con un torcicollo indescrivibile. Per risollevare morale e appesantire lo stomaco andiamo a fare colazione in centro. È la domenica delle palme e la piazza davanti alla cattedrale è invasa da gente che porta rami di ulivo e rami di qualcosa che somiglia a del rosmarino. Se qualcuno lì fuori sa di che si tratta, potrebbe illuminarmi a riguardo, all’ulivo ancora ci arrivo ma dell’altra pianta non so nulla.
La cattedrale (Sé) di Lamego è un bell’edificio gotico e romanico, con un esterno ben più affascinante che l’interno, e un piccolo chiostro dove potrete trovare turisti che mangiano gelato. Nella panetteria di fronte alla cattedrale ci ingozziamo di dolcetti e di bola (vedi sopra). I dolcetti sono bellissimi, ma sono infidamente pieni di mandorle. Pieni. Io detesto le noci nei dolci. Le nocciole su tutti, ma anche i dolci alle mandorle stanno abbastanza in alto nella lista di cibi che preferirei evitare. L’unica eccezione possibile è che siano immersi nel cioccolato, ma in assenza di cioccolato li mangio giusto quando devo essere gentile. A Lamego il cioccolato nei dolci non pare essere un’opzione. Li passo tutti al Russo e mi consolo con la bola. Rifocillati, prendiamo la direzione di Amarante.
Dopo esserci persi varie volte e aver scoperto come pagare l’autostrada, arriviamo alla nostra meta meridiana. Amarante è una cittadina sul fiume Tâmega, che si attraversa con un ponte, il ponte di São Gonçalo, per arrivare direttamente – sorpresa, sorpresa – di fronte alla chiesa del convento di São Gonçalo. Più o meno in prossimità del ponte, sul fiume affiorano due piccole isole che si possono raggiungere dalla riva con una passerella di cemento. Vale la pena andarci, sedersi in riva al fiume e godersi l’ombra degli alberi per una mezz’ora. Noi ci pranziamo, poi andiamo a fare un giro per la città. Ad Amarante ci si può perdere, inerpicandosi su per la collina, entrare nelle chiese e nei chiostri e farsi dire dalle vecchiette passeggianti chi è che abitava in quella casa così piena di piante. La già citata chiesa del convento di São Gonçalo e il suo chiostro meritano una visita: rinascimento fuori e opulento legno dorato dentro. A questo punto del viaggio di legno dorato ne abbiamo già visto parecchio, ma per me, amante del minimalismo, un tale schiaffo alla sobrietà è un richiamo irresistibile. Dopo aver trascinato Il Russo per chiese e rovine e strade e salite, è il suo turno di decidere cosa fare: andiamo a bere viño verde in un posto molto tipico (Il Russo ha un debole per i posti tipici, che almeno nel 50% dei casi si rivelano delle sòle inarrivabili). L’aggettivo “verde” relativo al vino non si riferisce al colore, ma al fatto di essere vino giovane. È abbastanza terrible – il bianco ancora bevibile, il rosso molto di meno – ma il prosciutto crudo che ci servono è il migliore che io abbia mai mangiato. Sono già le cinque e mezza, ma noi, in pieno delirio di onnipotenza, decidiamo di andare alle cascate di Fisgas di Ermelo prima di fermarci per la notte a Mondim de Basto.

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La sierra attraversata per arrivare alle cascate, valeva la pena solo per questo

In qualche modo, attraversando una sierra infinita dove incrociamo al massimo tre altre auto, calcolando la velocità delle pale eoliche, chiedendo ad Ermelo ad una signora di trecento anni come arrivare, arriviamo alle cascate (e pensare che sarebbe bastato leggere questo) prima del tramonto. Sono, effettivamente, piuttosto impressionanti, anche se, dovendole vedere a distanza, non si riesce bene a capire che la cascata è ALTA DUECENTOCINQUANTA METRI. Sfiniti, andiamo a dormire a Mondim de Basto, talmente pieni del prosciutto pomeridiano che filiamo a letto senza cena.
Rubrica “Tutto il cibo minuto per minuto”: mi sento in dovere di svelarvi un segreto: se in Spagna o Portogallo vi imbattete in un locale che si chiama “Rodrigo”, ci sono ottime possibilità che mangerete bene. Non so perché ma vi giuro che è così. Nel nostro terzo giorno in Portogallo ci siamo ingozzati di salumi: salpicão, chouriço e presunto (prosciutto crudo). Menzione d’onore per il presunto. Il viño verde non ha incontrato la mia approvazione, ma è questione di gusti.

Dettagliatamente, giorno 4: Mondim de Basto e Guimaråes

Ancora sconvolti per il tour de force del giorno precedente, oggi ce la prendiamo comoda. Primo, andiamo alla “spiaggia” del fiume del campeggio. Non abbiamo il costume, ma tanto non passa nessuno. Stiamo lì a vegetare con i piedi a mollo nell’acqua gelida finché non ci viene fame e decidiamo di andare a mangiare in paese.
A Mondim de Basto non avrei dato due centesimi sulla carta, ero piuttosto interessata al parco naturale di Alvão, però il centro storico del paese, costruito in una qualche pietra ocra (di cui ignoro e non riesco a scoprire il nome), merita una passeggiata di mezz’ora. Una volta pranzato in una taverna del posto, allietati dalle urla del tavolo di bambini accanto al nostro (i genitori pranzavano allegramente nell’altra sala), ci rimettiamo in viaggio per arrivare a Guimarães. A Guimarães avremmo voluto vedere il castello e il palazzo dei duchi di Bragança. Ahimè: arriviamo tardi. Visitiamo comunque il castello, del quale sopravvivono le mura esterne e la torre centrale. Nella torre centrale si trova un mini museo, con la cronologia dei re portoghesi e della storia più o meno europea nel periodo in cui il castello era in uso. Il palazzo dei duchi lo vediamo solo dall’esterno: sembra bello. Se ci andate, ditemi com’è. A questo punto camminiamo avanti e indietro per il centro storico della città, guardiamo dall’esterno la chiesa gotica di Nossa Senhora da Oliveira e ci sediamo infine a prendere una birra sul largo de Oliveira, in un bar la cui cameriera è decisamente ostile e chiacchiera con la sua amica reduce da un viaggio in Italia, che se ne lamenta furiosamente. Vorrei intervenire giusto per provocare un po’ di imbarazzo, ma alla fine lascio perdere. Il centro storico di Guimarães è un susseguirsi di bolsi palazzi – credo – barocchi e casette rivestite in legno, a volte cadenti a pezzi, un contrasto ricco/povero che ho notato spesso in Portogallo, anche se al nord questa dicotomia è molto più diluita che nel sud del paese.
In generale, Guimarães è un gran bel posto.

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Rubrica “Tutto il cibo minuto per minuto”: Mondim de Basto è il primo luogo al mondo dove abbiamo assaggiato il secreto de cerdo. Trattasi di un taglio del maiale, da quel che ho capito, tra la spalla e la pancetta, molto marezzato e, di conseguenza, molto buono – povero maiale. Altra menzione di onore per la birra bevuta nel bar della cameriera ostile, la Red Zeppelin Ale, una IPA rossa artigianale prodotta da un birrificio di Lisbona, Musa.

Dettagliatamente, giorno 5: Porto

Dopo una notte in tenda con un’umidità del 100% (gocce di condensa all’interno della tenda, sembrava di stare in un acquario), ci alziamo, impacchettiamo, infiliamo suppellettili vari nel bagagliaio e siamo pronti a dirigerci verso Porto.
A Porto abbiamo visto tantissima roba.
Tutta da fuori, perché siamo arrivati o troppo tardi o nel giorno sbagliato.
Prima di tutto, giriamo in tondo per la città con il navigatore del cellulare fuori uso, con me che cerco di fare da navigatore con una cartina da ufficio turistico e Il Russo che ha l’ansia da volante e quindi DEVE SAPERE DOVE ANDARE, ovviamente guidando troppo veloce e rifiutando di fermarsi per valutare un percorso senza girare per la città come galline starnazzanti su una Mazda. Girando come galline starnazzanti al volante di una Mazda, vediamo: l’Igreja da Santissima Trinidade, la Camera Municipale di Porto, il Palazzo di giustizia, il Centro Portoghese di Fotografia, la Chiesa e la Torre dei Chierici (momento Superquark: sono state progettate dallo stesso architetto della Casa Mateus, della scalinata del Santuario a Lamego e di mezza Porto barocca, Niccolò Nasoni, nato a San Giovanni Valdarno e andato a trovar la gloria in Portogallo. Fine del momento Superquark), l’Igreja de Santo António dos Congregados, il paraurti troppo vicino di un’auto a cui tagliamo la strada e che non ci centra solo grazie ai riflessi del suo guidatore (mi spiace tantissimo, signor guidatore portoghese), per poi – finalmente – trovare parcheggio a cento metri dal punto di partenza (link al parcheggio, metti che volendo andare a Porto siate arrivati a leggere fino qua, vi meritate di trovare parcheggio con più dignità di noi). Già che siamo arrivati lì, perdiamo ancora un po’ di tempo a guardare graffiti bellissimi sul lato esterno del parcheggio. Porto è un po’ tutta piena di murales (pure Lisbona mi ricordo lo fosse).
A questo punto ci riarmiamo di cartina e ci avviamo a vedere tutto il vedibile di Porto. Ovviamente, ci incagliamo subito in un mercato, il Mercato di Bolhão. Il mercato è rustico e non particolarmente turistico, anche se, probabilmente, le cose cambieranno entro pochi anni. Dopo aver atteso tre quarti d’ora di poter avere un tavolo ad una qualsiasi delle tre-quattro taverne del mercato, avendo ancora circa cinquanta persone davanti, abbandoniamo a malincuore questo posto di fiori, anziane in grembiule che vendono verdura e qualche trappola per turisti. Dopo altri venti sfiancanti minuti di indecisione, approdiamo ad un ristorante dove finalmente sconfiggiamo lo scorbuto ingozzandoci di insalata ma recuperiamo subito le calorie con un formaggio sconosciuto e delizioso. Finito il pranzo, riprendiamo il nostro giro. Siccome diventa lungo fare l’elenco di tutto ciò che abbiamo visto senza visitare, nonché abbastanza noioso, ecco la foto della cartina che abbiamo usato:

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È messa così male perché nello starnazzamento gallinaceo sulla Mazda ad un certo punto l’ho lanciata per l’incazzatura, ma diciamo che così è più autentica.

Facciamo qualche incontro degno di nota: una signora che al banco informazioni del Palazzo della Borsa mi sgrida bonariamente perché tento di comunicare in inglese e non in italiano e poi sgrida, altrettanto bonariamente, Il Russo perché non parla ancora italiano nonostante stiamo insieme; una buffa anziana che sta affacciata al balcone in un cadente palazzo con azulejos, circondata da sciarpe da stadio del Porto; un gentile ma insistente spacciatore, davanti alla stazione di São Bento, che vuole davvero venderci dell’erba, ci terrebbe un casino, noi gli spieghiamo che – ahimè – siamo dei noiosi che neanche fumano, ma lui insiste, sempre con molta cortesia, poi ci chiede se siamo brasiliani e al nostro “Não, não” finalmente perde le speranze di fare affari con noi; un ragazzo vestito benissimo che crea quadri e collage e se ne sta appoggiato ad un palazzo abbandonato al Miradouro da Vitoria, fumando e ascoltando rock: è stata una visione molto poetica, adesso mi spiace non avergli fatto foto né comprato un quadro.
Dopo aver visto tutto, ma proprio tutto, e non aver visitato nulla, ma proprio nulla, scopriamo che a Porto c’è un campeggio municipale dall’altro lato del fiume e, baldanzosi per quanto possano permettercelo quindici chilometri a piedi sotto il sole, andiamo a dormirci, senza lasciarci intimidire dalla tremenda logorrea dell’uomo alla reception.
Rubrica “Tutto il cibo minuto per minuto”: nel ristorante Maria Rita abbiamo mangiato un’insalata gigante, delle sardine grigliate, una specie di sogliola al forno e, soprattutto, il sorprendente formaggio di Azeitão, nel quale vi consiglio di farvi il bagno.

Dettagliatamente, giorno 5: Póvoa de Lanhoso, Santuario di Bom Jesus di Monte e Braga
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Di Braga non ho, per cause di forza maggiore, foto decenti, quindi vi beccate un’anziana portese tra azulejos e sciarpe da stadio

Dopo aver visto, o creduto di aver visto, tutta Porto, partiamo per la penultima tappa del viaggio: Braga. Braga è ultra decantata da chiunque come la “Roma del Portogallo”, per via della sua spiccata religiosità. Ci aspettiamo grandi cose: non andrà esattamente come sperato.
Prima di arrivare a Braga deviamo per Póvoa de Lanhoso per vedere il castello di questo ridente paesino. Purtroppo rimaniamo abbastanza delusi: il castello è una piccola fortificazione con una torre – in buono stato, per carità – però neanche lontanamente paragonabile al castello di Guimarães, per esempio. È piccolo, onesto, ma sinceramente non vale la pena deviare dal vostro percorso per andarci, a meno di non avere parecchio tempo o un amore sfegatato per le fortificazioni. Comunque, pare che questa opinione ce l’abbiamo solo noi, quindi probabilmente siamo noi che non abbiamo capito qualcosa.
Ormai è ora di pranzo e giriamo a vuoto a Póvoa de Lanhoso città. Alla fine troviamo un ristorante che sta per chiudere dove attraiamo l’attenzione dei due bambini del tavolo a fianco e ordiniamo del cinghiale, che per Il Russo è una novità. Purtroppo la cameriera non capisce che vorremmo dividere una porzione (ribadisco ancora una volta: non è avarizia, è che le porzioni portoghesi sono pantagrueliche). Ci arrivano due piatti di filetto di cinghiale. È buonissimo. È troppo. Lo finiamo lo stesso.
Purtroppo per me è davvero troppo e fuori fa troppo caldo (più di trenta gradi), così inizio a stare male. Andiamo a vedere il Santuario di Bom Jesus di Monte, ma io sostanzialmente sto rantolando tenendomi la pancia. Bello il santuario, eh, però sto male. Dopo aver distrattamente visitato il detto santuario (l’unica cosa che ho notato è stata la cappelletta contenente una piramide di statuette di santi con una vetrinetta sulla pancia contenente una reliquia del santo in questione), andiamo finalmente a Braga. Continuo a rantolare mentre giriamo per il centro e mi auto-diagnostico un’indigestione. Dopo aver parlamentato un po’, deliberiamo di andare al campeggio municipale di Braga e visitarla il giorno dopo, invece di proseguire per Barcelos. Passo il resto del tempo a bere litri di camomilla arrotolata in una coperta.
Rubrica “Tutto il cibo minuto per minuto”: il cinghiale mortale era molto buono.

Dettagliatamente, giorno 5: costa verso la Galizia

Braga, scopro oggi, con lo stomaco finalmente felice, non è per niente un brutto posto. È LA città religiosa del Portogallo, quindi a Pasqua è affollatissima. Tutto è drappeggiato di viola, le chiese sono ricoperte di foglie di palma e la città è attraversata da processioni di gente con il viso coperto, che somigliano neanche troppo lontanamente a dei boia: non lo sono, sono i farricocos, che rappresentano allegoricamente gli “antichi penitenti pubblici” (fonte Wikipedia portoghese, qua una gallery inquietantissima). Comunque per loro non sono inquietanti, al punto che la città è disseminata di cartonati di farricocos con cui farsi le foto.
Siccome siamo dei miscredenti, salvo farci un giro per il centro e visitare la cattedrale (“Vuoi visitare ANCORA UN’ALTRA CHIESA?!?” cit. Il Russo), a Braga ci dedichiamo alle rovine e alle antichità (“Ma perché vuoi solo vedere roba rotta?!?” cit. Il Russo, affranto): gli scavi delle terme romane di Maximinos, risalenti all’epoca in cui la cattolicissima Braga si faceva chiamare Bracara Augusta, e il museo archeologico di Braga, un museo piccolo ma ben fatto che raccoglie gli oggetti romani trovati negli scavi fatti a Braga e qualche altro oggetto più antico, sempre trovato nella regione.
A questo punto ne abbiamo avuto abbastanza del nord del Portogallo, tutto sommato; abbiamo visto molte chiese, qualche residuo preistorico, camminato tanto, mangiato abbastanza, superato una serie di incidenti(ni) fastidiosi e ci siamo persi un po’ troppe volte.
Prima di rientrare in Spagna, diretti ancora più a nord, ci fermiamo a mangiare su una spiaggia selvatica. E, con il Portogallo, ci salutiamo qua.

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Bonus

Ho scoperto (sì, nel 2017) che si possono creare mappe, per cui ecco in omaggio con questo post lunghissimo la mappa di Porto del Pigropanda:

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One thought on “La zattera di pietra

  1. Quando mi accuseranno di organizzare le gite nei minimi dettagli, citerò l’amica che con l’evidenziatore prepara l’itinerario sulla mappa secondo un principio di efficienza che consente di vedere il maggior numero di luoghi possibili senza mai toccare la linea già tracciata (tipo Settimana Enigmistica).

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