Come va il tuo dolore?

che è il titolo dell’ennesimo libro che non ho ancora letto

Un po’ meglio, grazie.

L’elaborazione del lutto sta passando attraverso la ripetizione in loop di una serie di brani, alcuni sicuramente discutibili, e dalla ripetizione mentale di una poesia breve di Federico García Lorca* (nei giorni migliori) oppure nella lettura, anche qua ripetuta e reiterata, di una poesia di Miguel Hernández (nei giorni peggiori).

F. mi compare un po’ dovunque, nel modo di camminare dei passanti (secondo un’amica questi incontri sono “le cartoline che ci manda”, e sarebbe molto bello crederci), nei banchi dei piccoli pesci che inseguo al mare, nei meme stupidi che leggo e che gli spedirei, nei coltelli molto affilati con cui cucino e di cui avevamo discusso a lungo, perché, come ho già detto, F. faceva il cuoco.

[Qualche anno fa mi avrebbe corretto (“Sono un cuoco!”), ma non sono sicura che ultimamente si identificasse ancora con la sua professione]

Sono alcuni giorni che penso molto all’identificarsi in qualcosa. In realtà questo post parla di questo, della propria identità, ma volevo una scusa per parlare di F. ancora un po’, perché mi manca ad un livello epidermico e sopporto molto poco il fatto che il mondo prosegua senza di lui.

Dicevamo, l’identità.
Come ho ripetuto più volte – sono diventata una persona fondamentalmente noiosa – vivo ormai da anni in una crisi d’identità dalla quale esco a momenti, ma che abito nella maggior parte del tempo, insieme al mio spatifillo.

Pensavo ultimamente a cosa sono. Ci pensavo per varie ragioni, un po’ per l’aver ripreso a parlare con una persona che mi sembra avere da anni degli ideali chiari e cristallini (beato lui), un po’ perché da settimane cerco di ascoltare una puntata di You’re not so smart – il podcast che conferma i miei dubbi – nel quale si parla anche di questo, un po’ perché ho più tempo libero dell’anno scorso e posso impiegarlo proficuamente per farmi, tutto da sola! tutto nella mia testa!, un sacco di domande a cui non so rispondere.

Ecco, la conclusione a cui sono arrivata è che non sono niente.

Vengo da una famiglia con un’ideologia molto chiara, il che mi ha portato a frequentare determinati ambienti con un’ideologia simile, e altrettanto chiara, cosa ha funzionato benissimo per svariati anni, perché è piuttosto semplice navigare il mondo se hai dei manuali d’istruzione con cui farlo, siano questi il catechismo o il libretto rosso del Compagno Mao.

Ha funzionato benissimo finché sono rimasta all’interno di quel tipo di ambiente. Ora, non voglio che vi facciate l’idea che abbia passato l’infanzia in una setta o in una comune, l’ambiente in cui vivevo era piuttosto interconnesso con la realtà e la società, la mia famiglia è piuttosto normale (nel senso di norma). Era molto facile, tuttavia, con gli strumenti e le direttive che avevo assimilato, capire le cose e dividere il mondo in dicotomie.

Tutte queste fantastiche certezze hanno iniziato ad erodersi quando sono ingenuamente uscita dalla mia bolla per la prima volta, senza neanche rendermi conto che lo stavo facendo. È stato tutto molto bello e divertente (all fun and games…), e lì per lì non mi sono neanche accorta di che cosa mi stesse succedendo.

[Oddio, probabilmente non sarebbe neanche stato un cambiamento così drastico se non avesse coinciso con la radicalizzazione del mio ex storico]

L’uscita dalla bolla, dicevamo. Ecco: all’uscita dalla bolla mi sono trovata davanti alla sconvolgente rivelazione che gli altri erano persone e non categorie. Che era una cosa alla quale la mia educazione non mi aveva preparato.

Ovviamente non sto parlando di gente che per hobby si diverte a far saltare in aria i cuccioli di foca, sto parlando di gente che, spesso non per colpa loro, si ritrova a vivere in paesi che fino a quel momento avevo catalogato nella lista de I Cattivi. E invece, sorpresa!, erano persone. Alcune pure molto belle.

E da lì in poi, come si dice, le déluge.

E adesso, sono qua. Dopo anni di incontri e di traslochi e di adattamenti non mi sento più di appartenere a niente. Non credo in niente. Non sono niente. Che sarebbe tutto molto bello e tutto molto atarassico (ciao amico blogger quasi a tempo pieno), se non fosse che non ho raggiunto nessuna serenità d’animo.

Mi accorgo della mia nientezza dalle cose più insignificanti. Certo, sono sempre stata allergica alle etichette, ma ultimamente questa cosa ha raggiunto e superato la massa critica e sta esplodendo oltre il livello di guardia, al punto che persino pronomi – che sono utili e bellissimi e il cui uso difenderò sempre – mi mettono in crisi. Ma che ne so, di come mi identifico. Se in un modulo mi chiedono il sesso (che poi sarebbe il genere, ma vabbe’), se posso metto che non voglio dichiararlo, grazie tante, sono affari miei. Che ho capito da poco che quella che avevo da adolescente era disforia e non ci ho ancora fatto i conti.

Un altro sintomo della nientezza è che non ce la faccio con la gente. Va bene se sono i miei studenti, quelli li reggo e mi stanno pure simpatici, ma faccio fatica con i gruppi di persone a cui non insegno. Faccio fatica con i gruppi di amici, figuriamoci con movimenti e partiti. Ho questo problema che mi infastidisce quando cercano di convincermi di qualcosa, per cui immagina cosa mi fa il proselitismo. Mi sembra proprio che mi si sciolga il cervello ogni volta che il líder autoproclamatosi di turno attacca con il suo discorso. Potrebbe essere qualsiasi cosa, dal veganesimo al biodinamico, passando per una cosa qualsiasi che condivido pure io, non importa: è il tono. È la sicumera. Succede anche con i proclami scritti. Mi viene da sospirare persino dalle orecchie. Ma come fanno ad avere delle certezze? Come fanno a fidarsi delle parole? Ma come fanno a non farsi venire il dubbio che anche qualcun altro possa avere delle ottime ragioni?

Non è che la nientezza abbia eroso la mia fiducia nelle persone. Mi fido sempre delle persone, al punto che forse non è neanche più fiducia, ma ingenuità o cretineria. Tuttavia diffido dalle ideologie, ormai da qualsiasi ideologia, persino da quella in cui sono cresciuta. Anche se non ce la faccio sempre, anzi, probabilmente neanche nella maggior parte delle volte, cerco di allenare il bastian contrario che è in me, cerco di capire se non le ragioni, almeno i motivi di chi non la pensa come me.

Non so se alleno la compassione o la fesseria, ad essere sincera, eh. Però soffro di un particolare daltonismo dell’animo che mi impedisce visioni del mondo a tinte forti.

Insomma, tutto questo per dire che avrei voluto essere Majakovskji e invece sono diventata John Grant: I wanted to change the world but I cannot even change my underwear.
Mi mancano l’aggressività e la sicurezza. Forse esercito male l’empatia.
Li invidio, i Majakovskji. Li invidio, li ammiro e sono contenta che ci siano- avoja far le rivoluzioni cercando di capire i problemi di tutti – però per quel che mi riguarda, niente da fare. Appunto.

L’epilogo è che, comunque, nella nientezza si vive peggio. Stavo meglio quando sapevo da che parte stavo io e chi era il nemico. Ne avrò guadagnato in saggezza, però che fatica, signora mia, che fatica.


* La poesia di García Lorca non si trova su nessun sito decente, quindi la copio qua:
Caracola
Me han traído una caracola.
Dentro le canta

un mar de mapa.
Mi corazón

se llena de agua,
con pececillos
de sombra y plata.
Me han traído una caracola.

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